Martedì 26 febbraio sarà ricordato il 74° anniversario dell’eccidio di don Giuseppe Rossi

CALASCA CASTIGLIONE -

La Comunità di Castiglione martedì 26 febbraio commemorerà il 74° anniversario dell'eccidio di don Giuseppe Rossi, il giovane parroco trucidato dai nazifascisti il 26 febbraio 1945 nel vallone di Colombetti.

Le cronache dell’episodio testimoniano che in Valle Anzasca stava salendo la brigata nera Corrao Ravenna del battaglione Muti e che la stessa era stata bersaglio di un gruppo di partigiani. La sparatoria causò la morte di due militi e il ferimento di altri componenti della brigata e proprio durante l’attacco il campanile di Castiglione batteva le ore 9.00. I nazifascisti accusarono da subito il giovane parroco di complicità coi partigiani e dopo un lunghissimo interrogatorio lasciarono libero il prete e gli altri ostaggi presi durante il rastrellamento seguito alla sparatoria. Ma i militi tornarono dal parroco e con il pretesto di un nuovo interrogatorio lo prelevarono senza dargli nemmeno il tempo di calzare le scarpe e da quel momento nessuno più vide don Rossi. Fu poi un milite che, forse preso dal rimorso, rivelò ad una allora giovane Ada Piffero (recentemente scomparsa) che don Rossi era stato torturato, ucciso e sepolto in fondo al vallone di Colombetti.

In ricordo di colui che viene definito "dell'eroe della carità", martedì 26 febbraio, alle ore 20.30 don Fabrizio Cammelli, parroco della Bassa Anzasca, celebrerà la S. Messa nella chiesa di San Gottardo dove, dal 2011, riposano le spoglie di don Giuseppe Rossi.

Resta aperta la causa di beatificazione per il giovane sacerdote originario di Varallo Pombia. Per vedere beato don Rossi potrebbe anche non essere necessario un miracolo qualora la Congregazione dei Santi riconoscesse che l’uccisione è avvenuta «in odio della fede». Don Rossi sarebbe considerato martire.

Don Marco Canali, che da anni segue l’iter della canonizzazione, ribadisce che: «Noi vorremmo dimostrare che don Giuseppe Rossi è santo perché ha vissuto in modo eroico la quotidianità diventando un grande modello per tutti i sacerdoti».

Walter Bettoni
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