Dell’inferiorità della donna

DOMO0DOSSOLA -

È un po’ che non scrivo. Se non scrivo sto male. Mi sento malato. Abbiate pazienza. Sopportatemi. Non ho alcuna pretesa. Non sono Nessuno. Nessuna lezione, o cattedra. Solo sconfinata ignoranza. Eppure penso. Se penso scrivo; anche, se scrivo sono. Diversamente non so comunicare.

Verità o provocazione? Bella domanda.
Cosa è l’esser vero? Cosa è una provocazione?

Se la prendo da questo livello debbo scrivere dieci tomi settantasette volte sette.

La donna, che attualmente è meno “inferiore” dell’uomo, rispetto a un tempo semi remoto, in virtù di una mutata sensibilità collettiva, in virtù delle lotte delle donne stesse, rimane, e conviene che sia così, inferiore all’uomo.

Perché dico questo? Non ho forse mamma e figlia? Ce l’ho. Non desidero dire di mia mamma, di mia figlia, e di tutte le altre donne della mia vita, che sono inferiori a me, che sono inferiori all’uomo.

La stessa formulazione, l’essere inferiore o superiore, non dovrebbe aver patria nel consorzio umano. Dopo la dichiarazione dei diritti dell’uomo, dopo la Rivoluzione francese, per una persona colta, sensibile, intelligente, almeno il principio dell’uguaglianza dovrebbe esser stato assimilato da tempo e tempo.

Ma non è così. Esiste una parte consistente del mondo che non ha alcuna intenzione di accogliere il principio di uguaglianza, nemmeno quando è espressamente sancito dalla legge.

Per non dire del femminismo, relegato ad una stretta minoranza, ad una élite persino tra le donne. Così nel mondo del lavoro, nella vita sociale.

Persino le “quote rosa”, proprio perché volute da parlamenti composti prevalentemente da uomini, proprio per questa esplicita necessità di garanzia legislativa, appaiono sempre più come una dichiarazione di sconfitta, la sconfitta delle donne.

Giorni fa, c’è stato un bell’intervento di Galimberti, in città, una conferenza sull’amore.

Galimberti attribuisce grande importanza alla sensibilità femminile. In un certo senso potremmo dire che considera la donna dispari e l’uomo pari.

Dispari, perché è autogenerante, dialettica, propositiva. Pari, l’uomo, poiché è prevedibile, stabile, antidialettico. L’uomo si ferma al dualismo tesi-antitesi, l’uomo non conosce e non pratica la sintesi hegeliana.

La donna sì, ce l’ha innata questa sua movenza sintetica, quale l’amore per la musica, la poesia, la danza. Ma le sintesi operate in ambito femminile, poi passate all’uomo, al figlio, all’amico, all’amante sono altamente pericolose.

Lo sono, per l’Occidente, sin da Elena di Troia.

Pertanto, di che natura è questa sintesi, ovvero la presunta “superiorità”, sia per Galimberti, sia per altri pensatori, della donna sull’uomo?

La sintesi femminile è emotiva, irrazionale, sentimentale, passionale.

L’uomo, me compreso, ragiona in termini razionali, prevedibili. Nei suoi argomenti, forse per sua stessa natura, tiene lontano i sentimenti. L’uomo teme i sentimenti. I sentimenti maschili sono ingovernabili per l’uomo, conducono alla violenza, al crimine. L’uomo è una macchina di muscoli che, se non tenuti a freno, se abbandonati ai sentimenti e alle passioni, si trasformano in violenze, assassinii, percosse.

È quasi sempre l’uomo ad uccidere, ed uccide prevalentemente donne.

Per questa ragione l’uomo è pari, sia per sua natura, sia per sua scelta e controllo.

L’uomo è antistorico, seguendo Galimberti come un talebano.

Altrimenti, la dialettica femminile, nutrita di sentimenti di ogni sorta, di ambizioni, invidie, intrighi, malefatte, sogni, entrando a tutti gli effetti nell’azione, diventando azione ancor prima di esser formulata nel pensiero, istinto allo stato puro, questa dialettica, almeno sino ad oggi, si trasforma in una colossale spinta, molto spesso negativa, che travolge l’uomo, sia esso figlio, amante, padre, amico. Questa la storicità della donna.

Edmund Burke, antesignano del pensiero conservatore, detto pure reazionario, in completa adesione alla tradizione anglosassone, ancora nel 1790, diede alle stampe le “Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia”.

L’avversione di Burke alla Rivoluzione francese si sviluppa attorno ai principi cari alla tradizione del pensiero politico e legislativo anglosassone. Le consuetudini, le tradizioni non possono essere liquidate con dichiarazioni di principi astratti, quali Libertà, Fratellanza, Uguaglianza, poiché se queste tradizioni esistono, se il “caso precedente” fa giurisprudenza, significa che tradizioni e consuetudini sono una pratica certa, fondativa, affatto inutile.

Nessun avventuriero, nessun rivoluzionario può arrogarsi il diritto di cancellarle, pena uno stato di enorme confusione, di soprusi, di caos.

Poiché la tradizione, il caso precedente, che pure dettano legge nel diritto comune, “common law”, nei tribunali, sanciscono la necessità di un dato fenomeno sociale. In altre parole, la tradizione, se esiste, esiste in quanto necessità ed affermazione, ripetizione, imitazione. Non facciamo così con Cristo, Maometto e Budda?

Potremmo pure appellarci al detto “non c’è due senza tre”, che per la verità meglio potrebbe esprimersi con “non c’è due senza uno”: se una cosa accade è perché doveva accadere, era destinata o, meglio, predestinata ad accadere.

Burke è un anglicano, un riformato, crede nel servo arbitrio. Altrimenti, i rivoluzionari francesi, pur negandolo, nella loro professione agnostica, rimangono cattolici e sono orientati dal principio cattolico del libero arbitrio.

Di conseguenza, se volessimo attenerci alla visione anglosassone, relativamente alla condizione della donna, poiché nella tradizione occidentale la donna è sempre stata subalterna all’uomo, questa subalternità dovremmo pretendere di riaffermarla.

E nel farlo ci basterà far riaffiorare tutti quegli spregevoli luoghi comuni che la confermano, che poi tanto spregevoli non sono.

Potremmo anche avvalerci del pensiero di ispirazione francese, ed annullare quanto sopra affermato.

La bontà di questi ragionamenti, non è affatto evidente, poiché di ognuno di essi esiste il suo contrario, altrettanto vero.

Perché il “vero” è una scelta, più o meno senziente, più o meno utile.

Dal momento che ad una “verità” se ne può anteporre un’altra, la verità autentica è perduta. Non c’è altro, hanno ragione gli avvocati.

Tornando all’inferiorità della donna, senza far appello ad alcuno strumento logico, per quanto sin qui emerso, nell’assoluta indistinguibile differenza tra un governo di donne e un governo di uomini, percettibile solo forse per eccesso di zelo, non so se a causa di quelle sovrastrutture tanto enfatizzate da Marx, rimane l’affermazione di una inferiorità dell’essere donna, che confermo.

Ripensando all’essere vero, alla verità, alle deduzioni della logica, Protagora affermava: l'uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono.

Aveva ragione, una ragione parziale. La sua sofistica raffinata, dando ragione agli avvocati, depositari della retorica vittoriosa, è vacante di una premessa fondamentale, il potere, la prepotenza, la forza.

La verità è frutto della prepotenza, del denaro.

Ci vogliono tanti soldi per aver ragione, perché un buon avvocato per dare ragione pretende molto.

Ne consegue che l’uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono, ma solo se ha abbastanza “podestà” per poterle affermare.

La storia la scrivono i vincitori. Usciamo dall’ipocrisia “civile”, non esiste alcuna verità incontrovertibile, oggettiva.

La donna è inferiore all’uomo.

Conviene che sia così, facciamola finita.

Rocco Cento

ROCCO CENTO
Ricerca in corso...