Il figlio del partigiano. Nuovo appuntamento con Coccodrilli

DOMODOSSOLA -

L’Italia, sin dall’antichità, prima ancora che si chiamasse Italia, conosceva invasioni e conquiste di ogni genere, dal nord i germani, da sud i fenici, i greci, gli arabi, i turchi; da ovest, francesi e spagnoli, da est slavi, ostrogoti, unni. Ogni paese, ogni lembo di terra è il risultato di un sincretismo cruento e crudele. A queste invasioni seguivano esili, fughe, persecuzioni, assassinii. La seconda guerra mondiale, anche per colpa nostra, ha portato nella penisola tedeschi, inglesi, americani. I tedeschi, dopo l’8 settembre, hanno perpetrato rappresaglie, omicidi di massa, deportazioni forzate. A quelle violenze l’Italia si è ribellata, da Napoli in su, fino alle Alpi. I partigiani, ve li ricordate? In Ossola, con la fine della Repubblica ossolana, a partire dall’ottobre del 1944, molti sono espatriati, cercando protezione in Svizzera. Ciò accadeva anche a mio nonno, che era stato “internato”, a seguito della sua fuga dalla valle, in una fattoria del bernese a produrre, tra le altre cose, trote affumicate. Non era il solo meridionale partigiano, di partigiani provenienti dal sud Italia, per diverse ragioni, ve ne erano altri. Erano immigrati sotto il fascismo, rimasero immigrati sotto la Repubblica. Terroni.

La moderna guerra asimmetrica, una guerra totale, che come sempre ha per motivo il dominio e il controllo delle risorse del pianeta, dopo l’11 settembre del 2001, ha prodotto una disparità e una distruzione senza pari, almeno a partire dal 1945. Di questa guerra tutti siamo responsabili. Iraq, Afganistan, Siria, Libia, Tunisia, Egitto, Palestina sono luoghi e nazioni che vivono quotidianamente sotto il giogo delle grandi potenze. Nessuna libertà, solo distruzioni. E l’Africa? Gli stati africani sono stati disegnati a tavolino, con righello e compasso, tagliando e ricucendo, senza alcuna conoscenza di quelle popolazioni, solo nella preoccupazione di egemonia, una egemonia europea che non contenta delle lacerazioni continentali, delle guerre e delle conquiste continentali, ha spostato il confronto nel resto del mondo. In Africa, tutti i paesi europei si sono votati alla conquista di quel continente, compreso noi Italiani. Ora, tra quelle popolazioni, molti cercano rifugio in Europa. Fuggono, cercando un futuro di pace e di prosperità. L’Italia è uno dei ponti privilegiati per la conquista di questo benessere. Ma l’Italia di questi anni è un paese brutto, egoista, senza memoria, senza cervello. l’Italia è un paese di trippe, di interiora, di viscere. Io non credo che si possa non essere razzisti. Il razzismo, indipendentemente che la razza, tra gli umani, sia dimostrabile o meno, è istinto, conservazione, protezione.  Un leder, di norma, dovrebbe evitare queste trippe, questi bassi istinti. Un tempo lo si pretendeva. Un tempo, dopo la guerra, si stava alti, si declinavano principi, valori, motivi comuni. Quel tempo è finito. Il sindaco di Domodossola, eletto con un vero plebiscito, anche lui, come chi lo ha preceduto, dovrebbe stare alto. Ma quando si scaglia contro gli immigrati, contro il CISS Ossola, che, tra le altre cose, ha il compito di “governare” queste realtà, come ben si comprende sia dalla sua pratica sia dall’accorata e mesta lettera del suo presidente, Carlo Pavesi; quando il sindaco di Domodossola chiede di imporre che questi esseri umani, diversamente da tutti gli altri residenti della nostra città, debbano far rientro nei loro “rifugi” entro le ore 20, per motivi di ordine pubblico, con vero rammarico mi tocca dire che non rende un buon servizio alla sua amata città.

Non rende un buon servizio né alla città né alla memoria di suo padre, Domenico Pizzi, il comandante Moro della lotta partigiana della nostra valle. Il comandante Moro ha combattuto i nazifascisti, ha visto morire amici e compagni d’armi ed è fuggito, anche lui, come la più parte dei nostri padri e dei nostri nonni, in Svizzera.

Ha visto morire Anna Picari, all’Alpe Colla, giovane sposa di un altro partigiano, Enrico Giudici, anche lui garibaldino agli ordini del comandante Moro. Insieme ad Anna, moriva Domenico Rebughini, col fazzoletto rosso dei garibaldini al collo. Era il 17 aprile del 1944. Poi, Agostino Pisolini, giorni appresso, Benito Andreoli, Mario Bassi, Annibale Ceccon, Angelo Falsone, Giuseppina Fregonara, Mario Lana, Bruno Magnaghi, Luigi Magnaghi, Teodoro Picchetti, Anselmo Scomazzon. E Persino un giovane prete, don Giuseppe Rossi! Erano partigiani, lottavano per la libertà e il comandante Moro non aveva certo ruoli secondari in quegli scontri.

Personalmente ho sempre sentito parlare del comandante Moro con grande rispetto e ammirazione. Anche Lucio, suo figlio unigenito, ha ricevuto, sin da bambino e non solo per riflesso, quella ammirazione. Il padre continua nei figli, nel figlio. Il sangue non è acqua, non può esserlo. La pietà, la dignità, il rispetto, i sentimenti buoni ed elevati ci rendono umani, altrimenti siamo solo uomini, cioè bestie. Un leader ha questo dovere, deve averlo, è necessario. Necessario!

 

Rocco Antonio Cento
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