Il Polo Nord

DOMO0DOSSOLA -

1. Il Polo Nord è una distesa di ghiaccio, un deserto inverso, fatto di acqua, bianchissimo e gelido. È tutto bianco al Polo Nord. Orsi bianchi, volpi bianche, lupi bianchi, pesci bianchi e uccelli, sempre bianchi.

Per questo il Polo Nord è un luogo per bianchi. Anche i giorni sono bianchi, le ombre, gli alberi, quando ci sono, sono bianchi.

Per scrivere del Polo Nord, a rigore, bisognerebbe lasciare il foglio bianco.

Eppure, scrivendone bisogna parlarne. E l’inchiostro è di tutti i colori, escluso il bianco. Il computer renderebbe possibile scrivere del Polo Nord, magari usando Word o un altro programma di scrittura con caratteri dello stesso colore del foglio di stampa. Nero su nero, blu su carta blu, bianco su carta bianca, come sto facendo io, per il Polo Nord.

Per quanto detto, anche gli esseri umani, al Polo Nord, sono bianchi. Sono talmente bianchi che di cognome fanno Bianchi. Sono tutti dei signori Bianchi, di colore bianco, con bambini dai capelli bianchi.

Pertanto, sorge un problema: in un paese che conosce solo il bianco come si fa a descrivere gli altri colori?

Persino il sole è bianco e bianca è la luna. La notte è bianca. Tutto è bianco.

Di conseguenza, in un luogo dove tutto è bianco, dove non esiste altro colore che il bianco, siamo proprio sicuri che sia necessario descrivere, a quella gente, a quegli esseri, un colore diverso dal bianco? Hanno sempre vissuto nel bianco, dalla notte bianca dei tempi in poi.

Bambini, genitori, animali, pesci. Sempre bianchi. Tutto bianco, compreso la conoscenza, compresi i sentimenti, i sorrisi, la tristezza, la malinconia.

Al Polo Nord la conoscenza difetta solo degli altri colori, quelli non bianchi, per il resto è come altrove.

Il “non”, per esempio, non sarebbe bianco, bensì nero ed è per questo che al Polo Nord il “non” non esiste. Non esiste perché semplicemente non esiste il nero.

Al Polo Nord è tutto affermativo. Si dice sempre sì, o qualcosa che gli assomigli. Si tratta di una condizione singolare, lo si comprende bene. Eppure, tutti riescono a vivere come se nulla fosse.

La negazione, il negativo, dove vivono i bianchi, quello dei signori Bianchi, è privo di luogo. Una cosa priva di luogo è una singolare astrazione. Se è priva di luogo, a rigore, non esisterebbe, non c’è da nessuna parte e in nessun tempo.

Per non dire delle case, scavate o montate, di ghiaccio bianco e neve bianca, per non dire del focolare, del freddo, dei giacigli: tutto bianco.

E che dire del vento, della bufera, del fumo, del raffreddore?

Sicché, se ci fosse un bambino, uno tra i tanti, che avrebbe voglia di giocare, di un sesso indistinto, una “lei” o un “lui”, ovviamente bianco e che di nome facesse Bianco e di cognome Bianchi, che volesse giocare con un generico lei, ovvero lui, come potreste essere voi, o io, come giocherebbe?

Beh, giocare con i bimbi è facile, anche con i bimbi bianchi.

Io ne prenderei uno, lo porterei nella sua capanna di pelli bianche, accenderei il focolare, lo metterei a letto; trattandosi di un bimbo piccino, diciamo di un paio d’anni o poco meno; mi coprirei con lui sotto le pelli bianche dell’orso bianco e gli direi di starsene al caldo, sotto le pelli, che fuori tira la bufera e porta la neve, attizzando il fuoco di tanto, ché fa molto freddo, un freddo bianchissimo, pericoloso come i Carabinieri; e che sotto la neve si sta al caldo, sotto le pelli si sta al caldo, ascoltando la bufera che fischia, una bufera di vento e di neve che si attacca alle pelli della capanna rischiando di farla cadere, rischiando di scoperchiarla. Gli direi di stare tranquillo, che ci sono io a salvarlo dalla neve, di non preoccuparsi, perché tutto è bello e la vita che lo attende è bella come nelle fiabe inventate da uomini buoni per educare i bimbi alla speranza, a Gesù.

Lo direi felice di illuderlo, sapendo dell’inganno della vita, sapendo quanto dolore l’attende fuori da quella capanna.

E quel piccino, quella piccina che nel guardarla, liscia come il più bel ghiaccio del mondo, coi profili più dolci della luna, il nasino dai piccoli pertugi, gli occhietti miracolosi, le manine piccole, le unghiette delicate, trasparenti, e le piccola bocca bianca come l’oro bianco; quella piccina riderebbe, come solo i bimbi sanno ridere; insieme a qualche dispettuccio, come solo i bimbi sanno fare, affermando il loro minuscolo sé; quella piccina sarebbe felice, riconfermando e accentuando la felicità dei fanciulli, quando stanno bene e sono amati, sono adorati per quella speranza che riponiamo in loro, come Gesù, speranza del mondo; quella bambina, che pure conoscerà il dolore, l’angoscia, la paura, seppure in un luogo privo di bui colori, privo dell’uomo nero, privo della cattiveria propria dei luoghi colorati, privo di ombre scure, di malie nere, di malocchi; quella bambia, ridendo, cercherebbe di comunicare la sua gioia, nella sua lingua traballante; cercherebbe, senza saperlo, di trasmettere la bellezza della vita, se la vita fosse sempre la vita dei bambini, senza malanni, senza malattie o raffreddori o febbri; talmente è facile far ridere un bambino che a ridere siamo noi, d’immediato sorriso, un sorriso inebetito, compiaciuto, una terapia, una cura, una manna cadente che ammannisce l’algida terra, apparecchiandola di sorrisi e calori e dolcezze.

 

2. È successo, è accaduto che mi son trovato al Polo Nord, come in sogno, ma senza sognare, da vivente vigile e vegeto.

Ero proprio al Polo, un Polo talmente bianco da non distinguere nulla. Sentivo, qualcosa sentivo, era un vago lamento, sembrava un pianto, un segno di vita.

Era notte fonda, eppure tutto era bianco, traslucido, invisibile.

Mi giravo e rigiravo, stando in piedi, guardando, strizzando gli occhi, aguzzandoli, puntandoli come un lupo che scruta la bianca notte. Cercavo la direzione di quel lamento, ma la bufera perenne, il vento d’impeti e di onde d’urto mi disorientavano.

Finalmente, camminando a carponi, ad occhi chiusi, serrando i passi come per salire una vetta irraggiungibile, fredda ed innevata, scorgevo dei cumuli vani, dei pani di zucchero, una sorta di villaggio di minuscole dune.

Sentivo piangere, ne ero certo, e quel pianto era vicino e prossimo, dietro ad un angolo che non scorgevo.

Il Polo Nord è privo di angoli, è tutto circolare, una specie di isola tonda, una circonferenza perfetta e forse, ma non ne ero certo, una grande sfera trasparente.

Quei lamenti ravvicinati che ormai avevo raggiunto, benché sfinito per il gelo, non mi facevano pensare ad un essere animale, né ad un elfo o una silfide, né ad un bambino di orchi, un orchetto cattivo, per esempio. Sapevo infatti che il Polo è privo di mostri o di esseri orrendi.

Ne è privo per una ragione metafisica. Metafisica, cioè una assenza costitutiva, l’assenza di colori diversi, diversi dal bianco. Il Polo dava l’impressione di essere un luogo dove, oltre agli esseri umani, solo gli Angeli avevano dimora. E gli umani che vi abitavano, dovevano per forza essere non molto dissimili dagli Angeli.

Eppure, non avevo visto ancora alcunché, escludendo il bianco che mi sforzo di descrivere.

Solo un lamento. Ma un lamento di che?

Nessun orso, nessun lupo, o pesce o gatto o uccello; eppure sapevo, sapevo che tutto quello era reale. E reale era il lamento. Un lamento che percepivo dietro me, dentro me, a fianco a me, a me dinanzi, ma dove?

Come era possibile udire un lamento in un luogo e in un tempo che non conoscevano il dolore del nero, la sofferenza del rosso, la speranza del verde, la nostalgia del blu, la potenza del viola, la solennità dell’indaco?

Tutto era algido, anche il lamento, anche il pianto.

Chi piangeva e come piangeva?

Era un lamento o un pianto?

Io udivo. Sentivo una “u” vibrare. Era una vocale lunga, tenuta a lungo. Poi una “i”, poi una “o” e una “e” e una “a”. Non v’era alcun ritmo, alcun accento. Una lunghissima melodia, né triste, né malinconica, né innamorata. Era una vibrazione che mutava di tono, ora salendo, ora abbassandosi. Senza accenti, senza ritmo. Cinque note, una scala di cinque note, come gli antichi. Cinque note e non so quanti semitoni. Le mie orecchie semplificavano, non erano perfette, né angeliche. Avvertivo tra una “u” e la sua successiva “e” diversi semitoni, innumerevoli semitoni, così per le altre note, cioè le altre vocali.

Non era un lamento, non era un pianto, era un canto. Un canto.

 

3. Stavo entrando attraverso un pertugio creatosi tra la neve. Poteva trattarsi di una finestra. Forse era un ingresso. Era crollato. Difficile distinguere. Tutto era bianco. Anche il pertugio. Non c’erano confini, delimitazioni, in quel bianco assoluto.

Ero entrato senza avvertirlo. Mi ero trovato all’interno di qualcosa che non conoscevo e tutto era sempre algido e bianco. Un ghiacciaio di dentro e di fuori, senza distinzioni, senza ombre. Eppure faceva freddo. Il freddo entrava dalla fessura. Avevo freddo alle spalle, dalla parte dalla quale ero entrato. Dietro arrivava la bufera. Dentro l’ambiente era tiepido, ma stava rapidamente raffreddandosi. Mi sentivo gelare. Mi sentivo freddo. Rabbrividivo più di quando stavo fuori. Impossibile, eppure era possibile, era così.

Quella corrente fortissima che entrava dal varco, una specie di piena di vento e di neve, mi terrorizzava. Sentivo che non potevo espormi più a lungo. Stavo trasformandomi in una stalagmite di ghiaccio. I miei capelli sembravano rami di un salice piangente, un salice congelato, rigido e secco.

A volte il freddo, quando è molto intenso, sembra rovente. Brucia, infiamma.

Io ero fuoco di ghiaccio che stava per divampare.

Eppure quel canto era ancora presente. Quel canto mi teneva in vita. Ma da dove veniva? Dio del cielo. Dio dei ghiacci. Dove?

Non vedevo nulla. Avevo gli occhi spalancati. Avevo gli occhi immobili, congelati. Non vedevo nulla. Ma vedevo. Vedevo.

Seguivo immobile il canto. Lo cercavo. Uuuuuueeeeiiiioooaaauuuuiiiiieeeeeooooooo. Silenzio. Poi ancora. Un silenzio brevissimo, impalpabile. Un borotalco di neve. Polvere di neve. Cristalli. Cristalli di farina nevosa. Briciole di ghiaccio. Non vedevo alcuno, altrimenti avrei gridato aiuto, aiuto, aiuto. Soccorso. Soccorsi. U come è freddo. O come è strano. E come dici? I quanto è alto. A. La “a” è larghissima, la “a” è una cometa. E il canto continuava. Allora lo inseguivo. Vieni qui, vieni qui. I, a, e, o, u. U. U. U.

4. Era una bimba. Avrà avuto poco meno di due anni. Un angelo. Il sole e la luna. Tonda, arrotondata dolcemente in ogni angolo del corpo. Tondo era l’attacco tra le guance e gli occhi, di profilo. Rideva rotondo. Rotonda la bocca a forma di bocca, piccola, minuscola. Un incanto. Un miracolo. Il bello allo stato puro. Un cristallo di carne. Tutta viva, tutta vibrante.

Rideva e cantava le note del cielo, la musica del mondo. Un pianto non pianto, un canto e un pianto e un sorriso perpetuo, anche quando non rideva. Come ti chiami, dicevo a lei, ma non era interrogativa la mia richiesta, semmai era accomodante, affermativa, dicendole che bello vederti, che gioia, mio tesoro, da dove sei uscita, come sei qui, dolce amore.

Il freddo era torrido. Il freddo era passionale, ardente.
Eppure non sentivo più, solo guardavo ammirato, dimentico.

5. Fa freddo papà. Diceva così, fa freddo papà. Avrei voluto dirle che non ero il suo papà, ma non potevo. Non potevo negare nulla a lei, sia per la sua bellezza sconfinata, sia per il luogo dove tutto, ma proprio tutto è bianco, bianco e affermativo.

La prendevo in braccio, hai ragione piccina. E con lei nel grembo correvo e correvo, lungo quelle sconfinate gallerie di ghiaccio, alla ricerca di un luogo più riparato.

Correndo, mi rendevo conto di quanto grande fosse quel labirinto, una sorta di villaggio sotterraneo che si attraversava di casa in casa, sormontando i focolari, le famiglie, gli animali domestici. Tra una dimora e la successiva, una strada, un corridoio, e così fino non so dove, all’infinito.

Avrei voluto fermarmi. Tutte le case o le caverne o i nidi erano pervasi di tepore. Non mi pareva sconveniente chiedere ospitalità, chiedere ristoro. Eppure, Bianca, mentre sempre più mi inoltravo tra quelle costruzioni, ripeteva nel suo incerto linguaggio, casa, casa, casa.

Ma certo. Era evidente. Bianca voleva la sua casa e forse i suoi giochi, il suo letto, le sue piccole cose.
Dovevo tornare indietro.

Dovevo tornare indietro con quell’esserino tra le braccia. Bianca aveva fame, voleva del latte caldo. Le chiedevo se avesse fame, mi rispondeva casa. Le chiedevo se volesse la mamma, rispondeva casa, casa. Il papà? Nessuno, non voleva nessuno solo casa sua.

Tornavo indietro. Ora mi sentivo più calmo. Il suo corpicino adagiato al mio grembo stava trasmettendomi pace, sicurezza. Che bello avere un bimbo tra le braccia. Che incanto e che dono.

Arrivati nella sua casa, la casa per la quale ero entrato in un mondo sommerso, decidevo di accendere il fuoco. Accendere il fuoco. E la legna, il gas, l’elettricità. Non era evidente. I fiammiferi. Un accendino. Non vedevo nulla che potesse servirmi. Non c’era nulla in quella casa. O forse non vedevo ciò che serviva.

D’istinto propendevo per andare in qualche casa adiacente. Chiedere aiuto. Bianca non sembrava disposta. Bianca attendeva.

Mi mettevo al lavoro.

Per prima cosa chiudevo la fessura. Bloccavo la bufera. Cacciavo gli estranei. Lo facevo. Ecco, tutto ora è protetto. Non temevo più il freddo. Le mani non le sentivo. Ero intirizzito. Eppure non avevo più freddo.

Il fuoco si accendeva da sé. Il fuoco prendeva fuoco. Bianca sorrideva.

6. Nel mezzo della capanna, come in tutte le case che poco prima avevo attraversato, un fuoco ardeva libero, crepitando sul ghiaccio di un pavimento di ghiaccio. In un mondo di ghiaccio il fuoco non rappresenta un pericolo. Non c’è bisogno di un focolare, non servono mattoni, delimitazioni, confini. Meglio che il fuoco sia libero. Meglio che scaldi, che bruci nella sua solitudine cheta, inoffensiva.

Sì, il fuoco si era acceso da solo. Non vedevo ardere la legna, né un ugello per il gas, né un qualcosa di elettrico che scaldasse. Le fiamme uscivano dal ghiaccio e le fiamme erano bianchissime, flebili, invisibili. Solo il tremolio indistinto del movimento aereo intorno al focolare, permetteva di intuire che il tepore gassoso che perveniva e si diffondeva, adombrando un tremolio accalorato, una vampa, un bollore, era generato da un fuoco antichissimo, forse perenne, una natura calda, un essere ideale, un elemento di base, che da sempre si versava sulla storia umana, sulla storia naturale del Pianeta, di Dio, dell’Universo.

7. Eppure Bianca aveva freddo, tremava.

8. Stare bene, essere felici, in pace, in armonia.

9. Che forse non stesse bene, veniva di pensare. Ha freddo e si vede. Trema. Che piccolo angelo.
Vederla soffrire, vedere soffrire un piccino, un figlioletto dell’uomo, benché molti sono i cuccioli che inteneriscono l’anima, è una sofferenza acuta, un ardere cupo, un ardore doloroso, insopportabile. Diviene. Come soccorrerla, aiutarla, proteggerla, veniva di chiedere.

Quel bianco si faceva angosciante, impotente.

Trovare indumenti. Trovarli nel bianco, un bianco indistinto.

10. Ci sarebbe stato bisogno di tutto. Non dell’angoscia.

11. Stare sotto le coltri. Rilassarsi. Distendersi. Allungarsi. Riposare.

Attendere. Silenzio. Il respiro. Il respiro di entrambi.

Sotto le coperte calde di orso di volpe di foca.

Sai giocare al Polo Nord, Bianca?

Lei rispondeva di sì, rispondeva sempre di sì, che lei, piccina, sapeva giocare al Polo Nord, ovvio. E il Polo Nord era sotto di noi, a noi accanto, a noi sopra, a noi parallelo, perpendicolare.

Riposavamo dentro un grande iglù; un villaggio di iglù; collegati da gallerie di neve ghiacciata. Il vento era tale che lo si udiva dentro la capanna. Non aver timore, piccina, ci sono io a proteggerti dal gelo. Non aver paura, dolce amore, io ti sto accanto, ti accarezzo, ti faccio le coccole. Sì, diceva lei, sì.

Ti va un tè caldo, le chiedevo, e lei rispondeva sì, sì, sì.
Facevo il tè sul fuoco invisibile, un tè invisibile in un’acqua invisibile. L’acqua già bolliva, il tè era pronto, a portata di mano.

Beviamo il tè caldo, un tè bianco che cresce solo al Polo Nord. Un tè fatto di piccole foglie arrotolate, minute, una specie di semini di foglie minuscole riscaldate nell’acqua di neve.

12. Guardare. Respirare. Occhi aperti. Il cielo sul tetto. La luna e il sole insieme, lassù. Scherzano, ridono. Guardano, respirano.

13. Vorresti bagnare la luna nella tazza, e il sole? Sono due biscotti da inzuppare nel tè.

Io ti racconterò di tutti i biscotti del cielo, ti parlerò della Via Lattea, delle costellazioni che si inzuppano nel latte celeste. Sono biscotti di stelle. Biscotti per bambini. Li vedi, amore mio?

Li vedeva. Era piccina. Tutto capiva, tutto seguiva, senza darlo a vedere. Ripeteva. Parlava e ripeteva. Telle. Una. Ole. Scotti. Bimbini. More. Attea. Zuppato. Io ridevo. Io stavo bene. Io ero felice.

Sotto le pelli stavamo vicini vicini. Se ci fossero stati i suoi genitori avrei provato imbarazzo. Imbarazzo innocente.

Gli orchi avevano distrutto tutto. Il Polo no, il Polo era salvo. Al Polo nessun disagio. Nessuna vergogna, né peccato. Solo io ero estraneo. Solo io non ero innocente. Era il mio retaggio. Era la mia provenienza.

Gli orchi non esistono al Polo Nord. Gli orchi sono neri neri. Non hanno patria al Polo Nord. Gli orchi non son mai giunti al Polo Nord, e non per divieti. Il divieto assoluto è la luce brillante, il giorno perenne, il freddo glaciale, il bollore del ghiaccio, la canicola della neve.

14. No. No. Non dirò niente. Dimenticherò tutto. Nessun Verbo. Nessuna parola. Serberò il segreto, nasconderò le mappe, cancellerò le strade, anche quelle del cielo.

Bianca non deve perdere il sì, l’innumerabile sì, il sì innumerevole.

Bianca non deve smarrire il candore, la purezza, l’innocenza.

Non posso, non posso, non posso allontanarla da qui.

Rocco Cento

(A Serena Marchiori)

Domodossola, 6 novembre 2017

 

 

ROCCO CENTO
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