8 marzo: nel VCO le donne guidano quasi 1 impresa su 4

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Nel VCO le donne guidano quasi 1 impresa su 4. In valore assoluto sono 2.974 le imprese che hanno alla loro guida una donna su un totale di 13.076: quasi il 23% delle imprese registrate nel 2018, in linea con la media regionale e nazionale. Dopo anni di performance positive, anche il tasso di crescita delle imprese governate da donne registra il segno meno (-0,33%),dato in linea con quanto registrato dal totale imprese VCO (-0,30%).

Nel VCO, 341 imprese governate da donne sono “under 35” e 287 “straniere”, queste ultime in aumento rispetto agli anni precedenti. Seppur con numeri non elevati, si evidenzia come la componente giovanile e straniera delle imprese governate da donne registri buone performance di crescita: le nuove iscrizioni infatti sono più alte delle cessazioni contabilizzate nell’anno.

Le donne guidano principalmente imprese legate al settore commerciale (872 imprese, circa il 30% del totale imprese “rosa”). A livello strutturale, prevalgono le imprese individuali: su 10 imprese governate da donne, quasi 7 sono ditte individuali (in v.a. 2.038 unità).

L’analisi delle cariche (amministratore, socio, titolare, socio di capitale..)invece evidenzia come siamo oltre 8.000 le donne impegnate nel “fare impresa” nel VCO, oltre il 28% delle cariche totali (possibile anche che una donna abbia più cariche). Di queste 8.052 cariche il 32% vede le donne come “amministratore”, il 25% come titolare, il 21% socio di capitali e il 15% come socio di impresa.

E’ quanto emerge dai dati al 2018 elaborati dalla Camera di commercio del Verbano Cusio Ossola (fonte Infocamere).

L’imprenditoria femminile del VCO è una realtà giovane che sta crescendo velocemente. All’anagrafe delle imprese camerale infatti oltre il 70% delle aziende femminili si è iscritta dopo il 2000: il 45,5% delle imprese femminili ha meno di 9 anni; solo il 4% è nata prima del 1980.

Più dei loro colleghi uomini, la stragrande maggioranza delle donne imprenditrici sceglie la forma giuridica individuale (oltre il 68% delle imprese rosa contro il 58% del totale imprese). Le forme organizzative più complesse si declinano al femminile con minore enfasi rispetto all’universo imprenditoriale. Le società di capitali sono una realtà che nel VCO rappresenta il 15% delle imprese rosa, ma pesa per il 18% a livello totale.

Analizzando i settori economici, 3 imprese su 10 guidate da una donna sono nel comparto del commercio mentre il turismo, inteso come alloggio e ristorazione registra 523 imprese, 17,6% del totale imprese guidate da donne. Seguono le attività legate ai servizi alla persona (14%) e le attività manifatturiere (circa 7%).

Sul totale imprese del VCO circa il 23% è un’impresa femminile. Il settore “più rosa” sul totale delle imprese registrate nel VCO (oltre 13.000 attività nel 2018) è quello delle imprese legate ai servizi alla persona: su un totale di oltre 680 imprese ben il 60% è governato da donne (417 in v.a.).

L’imprenditoria femminile si presenta poi più cosmopolita, quasi il 10% delle donne a guida di impresa nel VCO parlano straniero, contro una media dell’8% del tessuto imprenditoriale totale.

E’ ancora allarme gender gap per il World Economic Forum: nessun passo in avanti nella partecipazione delle donne al mondo del lavoro nel 2018, mentre l’accesso delle donne all’istruzione e all’assistenza sanitaria e la partecipazione alla vita politica risultano in calo su scala mondiale. Di questo passo occorreranno 108 anni per chiudere il divario.

Nei parametri education, health e politics il gender gap nel 2018 si è allargato; qualche progresso si registra nell’allineamento degli stipendi delle donne a quelli degli uomini e aumentano le professioni in cui le donne sono rappresentate: rispetto al 2017 si registra così un miglioramento nella voce “economic opportunity”. Ma il progresso è lieve e le donne sono partite con uno svantaggio tale che serviranno 202 anni per ottenere la parità sul posto di lavoro, denuncia il report.

Il numero di donne che lavora resta inoltre molto inferiore a quello degli uomini occupati e allo stesso tempo le donne sono poco rappresentate nelle professioni che richiedono una preparazione tecnico-scientifica (le cosiddette materie Stem, scienze, tecnologia, ingegneria e matematica).

Le donne sono sfavorite anche dalla mancanza di strumenti atti ad aiutarle a entrare o tornare nel mondo del lavoro, come asili nido o assistenza per gli anziani, visto che spesso la cura dei figli e dei familiari pesa sulle donne.

Nella usuale classifica dei paesi più o meno virtuosi in termini di gender gap, l’Islanda figura al primo posto per il decimo anno consecutivo; seguono Norvegia, Svezia, Finlandia, Nicaragua, Ruanda, Nuova Zelanda, Filippine, Irlanda, Namibia. I paesi dell’Europa occidentale sono fuori dai primi posti, ma in media ben posizionati (12esima posizione per la Francia, 14esima per la Germania, 15esima per la Gran Bretagna). L’Italia occupa il 70esimo posto su 149 Paesi analizzati dal Global Gender Gap Report 2018.

Nel dettaglio: per quanto concerne la partecipazione economica, l’Italia si attesta alla 118esima posizione. In particolare si sottolinea il 93esimo posto per tasso di occupazione delle donne, il 126esimo per uguaglianza salariale per lavoro simile e il 91esimo per reddito percepito. La situazione non migliora per i risultati negli altri indicatori: 116esimo posto nell’ambito salute e 61esimo per la formazione. Migliore la posizione raggiunta nell’indicatore della presenza politica: l’Italia raggiunge, in questo caso, il 38esimo posto (27esimo posto per la presenza di donne in Parlamento e 29esimo per l’occupazione femminile in ambiti ministeriali).

L'Italia rispetto al 2006 passa dalla 77esima posizione alla 70esima su 149 paesi, e si trova – nella classifica globale – ancora dietro a Bangladesh, Botswana, Burundi, Mozambico e Mongolia. Il miglioramento si deve solo alla politica: più donne in parlamento e al governo. Peggiorano gli indicatori riferiti ad economia, salute e formazione.

Nell’università continua la forte crescita della partecipazione femminile iniziata già dal dopoguerra. Si tratta del ciclo formativo in cui più forte era lo svantaggio delle donne: nell’anno accademico 1950/51 le studentesse universitarie erano il 2,1% delle giovani tra i 19 e i 25 anni, contro il 6% dei coetanei; nel 2013/14 le studentesse universitarie sono circa il 45%. Negli anni Sessanta e Settanta è avvenuto l’incremento più forte di iscrizioni universitarie femminili, ma è con gli anni Novanta che anche all’università, come già nelle scuole superiori, si assiste al sorpasso del tasso di scolarità femminile. Nell’anno accademico 1990/91 il tasso di iscrizione femminile supera per la prima volta quello maschile, dando inizio a un divario in aumento fino a oggi, quando la differenza è di circa 12 punti percentuali.

Nel 2017 i neo laureati residenti nel VCO sono stati 580 di cui il 57% di genere femminile (dato in linea con la media nazionale 57,6%). Guardando alla demografia, le donne nel VCO sono 81.946, poco più del 51% del totale della popolazione residente.

E’ evidente come le donne siano giù longeve degli uomini: quasi il 66% degli over 80 è di genere femminile, oltre 8.500 in valore assoluto (gli uomini sono 4.500),mentre se analizziamo la popolazione tra 0 e 15 anni, le donne sono poco meno del 49% del totale. L’Italia si colloca tra i paesi a bassa fecondità. Seppur sia un indicatore sostanzialmente stabile nel tempo, si segnala comunque una leggera flessione del numero di figli per donna: nel VCO 1,2 nel 2017 (era 1,36 nel 2014).

 

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