Referendum, i paradossi storici di un voto

La disputa del VCO tra Piemonte e Lombardia letta attraverso la lente delle vicende storiche della via del Sempione

Fosse chiamato al voto domenica 21 ottobre per il referendum, il principe di Metternich non avrebbe dubbio alcuno. Lo storico primo ministro dell’Imperatore d’Austria - sicuramente non da annoverare tra i sostenitori delle regole della democrazia ma che di geografia e di politica sicuramente se ne intendeva - voterebbe per il passaggio del VCO alla Lombardia.

Premessa doverosa: qui si ragiona per paradossi. Naturalmente il principe austriaco fustigatore di carbonari e patrioti non potrà votare al Referendum al quale sono chiamate le popolazioni delle valli ossolane e delle riviere verbanesi e del Cusio. Neppure lo scrivente, sia pur originario dell’Ossola, vi parteciperà, perché da oltre dieci anni non più residente nel VCO. Perciò non competono né al primo ministro degli Imperatori d’Austria della Restaurazione né tanto meno allo scrivente considerazioni di ordine politico o economico. Quelle spettano ai protagonisti della vita politica e sociale dell’intero VCO, che in questi giorni si sono espressi chi pro chi contro l’iniziativa dei promotori della consultazione popolare, con motivazioni più o meno condivisibili e comunque sempre nell’interesse esclusivo delle popolazioni della provincia. Qui si cerca, ragionando per paradossi, di recare un piccolo contributo alla discussione, per meglio inquadrare dal punto di vista storico l’importanza della consultazione del 21 ottobre.

Da che cosa deriva la convinzione che il principe di Metternich avrebbe votato Sì al Referendum per il passaggio dell’allora “Alto novarese” alla Lombardia? Perché in pieno Congresso di Vienna, duecento anni fa, il capo della diplomazia dell’Impero degli Asburgo si era invano battuto strenuamente per impedire la separazione amministrativa dell’Alto novarese, reclamato dai Savoia, dalla Lombardia, all’indomani della sconfitta e del primo esilio all’Elba di Napoleone.

Con la sconfitta di Lipsia seguita alla disastrosa ritirata di Russia, era infatti crollato quel Regno d’Italia che, subentrato alla Repubblica Cisalpina, aveva finalmente ripristinato sotto l’egida della capitale Milano l’unità di tutte le terre lombarde, dal Sesia all’Adda e al Mincio, dopo tre secoli dalla fine dell’indipendenza del Ducato dei Visconti e degli Sforza.

Il Ducato aveva storicamente contribuito a conferire un’unità amministrativa, linguistica ed etnologica all’intera regione centrale del Nord Italia nel basso medioevo. Da Milano, cuore politico, religioso ed economico della Pianura padana si dipartivano a raggiera le rotte commerciali che univano l’Italia al resto d’Europa: le vie orientali dello Spluga e della Maloja, le direttrici centrali del San Bernardino e del Gottardo, e ad occidente la via del Sempione, quella preferita dai mercanti milanesi per i loro commerci con le ricche città-mercato della Champagne e con Ginevra, sede anch’essa di una rinomata fiera. Lungo tali direttrici di traffico era prosperata una regione ricca, oggetto ben presto degli appetiti delle maggiori potenze europee.

La Contea d’Angera, come era chiamato il VCO all’epoca del Ducato sforzesco, aveva poi seguito le vicissitudini politiche di Milano lungo tutta l’età moderna, dal dominio francese a quello spagnolo e a una breve parentesi austriaca, fino al 1743, allorché a seguito del Trattato di Worms, confermato dalla pace di Aquisgrana cinque anni più tardi, l’Alto novarese venne annesso ai domini di casa Savoia, rimanendo da allora fino ai giorni nostri legato amministrativamente a Torino, con la sola suddetta breve parentesi della Repubblica Cisalpina e del Regno d’Italia d’epoca napoleonica.

Ciò nonostante, nel Verbano e nel Cusio ancor oggi si parla un dialetto lombardo occidentale, affine alla parlata a cui il Porta ha conferito dignità letteraria nell’Ottocento. Nelle valli dell’Ossola non interessate dalla penetrazione walser, il dialetto, leggermente diverso dal milanese propriamente detto, è altrimenti definito quale “lombardo alpino” dagli studiosi di linguistica. In tutto il VCO si parlano quindi dialetti di un ceppo linguistico sensibilmente differente da quelli in uso negli altri territori cisalpini ad occidente del fiume Sesia, tradizionali feudi di casa Savoia.

Con l’acquisizione sabauda, venne meno quella centralità dell’Alto novarese nei traffici transalpini testimoniata dalla fortuna di Kaspar Stockalper, il nobile svizzero che era riuscito nel Seicento a riadattare la strada medioevale del Sempione alle esigenze del traffico moderno, in particolare di quello del sale, cogliendo l’importanza strategica dell’Alto novarese in relazione alla lotta franco-spagnola che si combatteva in Italia. Al Sempione venne infatti estesa quella politica dei valichi alpini inaugurata da Emanuele Filiberto di Savoia nel Cinquecento che prevedeva la concentrazione dei traffici negli scambi con l’Inghilterra e la Francia, per mezzo di agevolazioni tariffarie, sulla via del Moncenisio, che garantiva la maggior percorrenza sul territorio piemontese, a detrimento di tutte le altre.

Tale sorte colpirà dopo il Congresso di Vienna e lo sfortunato tentativo di Metternich di preservare l’appartenenza dell’Alto novarese alla Lombardia, anche la strada napoleonica del Sempione, inaugurata nel 1805. Cinque anni prima era stato personalmente Bonaparte, allora primo console, a concepire l’idea di realizzare al Sempione la “via Napoleone”, la prima strada carrozzabile alpina della storia, per farne l’asse portante delle comunicazioni italo-francesi, essendo la via più rapida percorribile sulla direttrice Milano-Parigi.

Caduto l’Imperatore dei francesi, il Metternich venne interessato sin dal maggio 1814 alla questione della rivendicazione del possesso dell’Alto novarese da una deputazione milanese guidata dal marchese Bellaria, che lo convinse dell’importanza – come ebbe a scrivere nel novembre 1815 al suo Ministro plenipotenziario a Torino, Starhemberg - che “le nostre province italiane attribuiscono alla conservazione della via del Sempione, l’unico sbocco per i loro commerci con la Francia”. Metternich rimarcava al suo ministro l’importanza strategica della strada del Sempione, assolutamente da non lasciare nelle mani del Re di Sardegna che, troppo debole per difendere tutti i passaggi delle Alpi, esporrebbe la Lombardia alla minaccia di lasciare sguarnito proprio il passo più lontano da Torino, concludendo che “la strada del Sempione, che non offre alla Sardegna (ovvero al Piemonte n.d.r.) che dei vantaggi passivi, deve essere per l’Austria (ovvero per la Lombardia n.d.r.) un oggetto costante di rivendicazione”.

Come aveva esattamente preconizzato Metternich, a Torino il termine Restaurazione venne declinato, in merito alla via del Sempione, come ripristino della tradizionale ostilità sabauda nei confronti della via commerciale che attraversa l’Alto novarese. Neppure il fatto di possedere, da Arona a Iselle, la strada carrozzabile più bella ed efficiente delle Alpi poté contribuire a mutare l’atteggiamento di casa Savoia verso il Sempione. Il governo piemontese non stanziò neppure un centesimo per la salvaguardia e la manutenzione del proprio tratto di strada, contrariamente a quanto fatto dal ben più povero Canton Vallese, nonostante le Regie Patenti del 29 maggio 1817 avessero inserito la via del Sempione nello stretto novero delle Strade Reali, di competenza esclusiva dello Stato. Neppure negli anni del riformismo di Carlo Alberto, il piano di miglioramento della rete viaria adottato per mezzo delle Regie Patenti del 20 aprile 1833 previde finanziamenti per la strada Arona-Iselle, che non venne macadamizzata, con ricadute nefaste sullo sviluppo commerciale dell’Alto novarese.

Simili dinamiche sono riscontrabili anche cent’anni dopo, in occasione della costruzione del traforo ferroviario del Sempione che, ultimato nel 1906, aprì definitivamente l’Alto novarese al commercio internazionale, favorendo al tempo stesso in modo determinante lo sviluppo economico ed industriale dell’area.

I sostenitori italiani del tunnel del Sempione, che diedero vita a un apposito Comitato presieduto dal conte Giberto Borromeo, si raccolsero intorno alla Camera di commercio milanese, annoverando i migliori nomi del panorama politico, imprenditoriale e scientifico del capoluogo lombardo. Tra essi spiccava l’ing. Giuseppe Colombo, rettore del Politecnico di Milano e presidente di quella società Edison che tanta parte avrà nei decenni successivi nel promuovere le imprese di elettrificazione e costruzione di dighe della Val d’Ossola.

Il comune di Milano fu di gran lunga il maggiore sovventore italiano del tunnel del Sempione, con una quota doppia rispetto allo stesso contributo di 600.000 lire devoluto dallo Stato italiano (grazie all’opera dei ministri lombardi Visconti Venosta e Luzzatti). Insieme alla provincia milanese, dal capoluogo lombardo affluirono 1.850.000 lire, a fronte di meno di 1 milione da comune e provincia genovesi e di 220.000 lire dalla provincia di Novara. Non un centesimo venne devoluto da Torino alla costituzione del piano finanziario per la costruzione di quello che sarebbe divenuto il secondo traforo alpino piemontese. Addirittura la Camera di commercio di Torino cercò in tutti i modi di contrapporre al progetto del Sempione altri studi di trafori, quali quello del Monte Bianco e del Gran San Bernardo, rivelatisi poi inadeguati sia a livello tecnico che finanziario. Il Sempione venne visto da Torino come un “nuovo Gottardo”, che avrebbe ancor più marginalizzato il Piemonte dal cuore dei traffici internazionali della Penisola, riducendo il volume di traffico della storica linea del Fréjus.

Citando il Fréjus si ritorna alla cronaca dei nostri giorni, caratterizzata dai dibattiti su TAV e Terzo valico, sui collegamenti Torino-Lione e Genova-Rotterdam, e ci si proietta sull’immediato futuro, rappresentato per il VCO dalla consultazione del 21 ottobre.

Idea balzana quella di fare del Metternich – per il quale l’Italia non era che un’espressione geografica – un testimonial del voto pro-Lombardia. Balzana e forse controproducente. Vero, però si era premesso che qui si sarebbe ragionato per paradossi… E forse un paradosso potrebbe a qualcuno altrimenti sembrare l’ostinazione a nutrire ancora dubbi sulla natura prettamente lombarda – sia per ragioni storiche, economiche, linguistiche che culturali - del territorio che dalle sponde del Cusio e del Verbano sale sino ai monti e ai valichi alpini dell’Ossola.

 

Giorgio Borniquez

Giornalista professionista

“Paradossalmente” ha studiato a Torino. Vive e lavora a Roma

 

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