Dal Lingotto, per l'Italia

TORINO -

Ho partecipato, in questo fine settimana, all’evento “Lingotto 2017”, dove è stata lanciata la candidatura di Matteo Renzi alla segreteria nazionale per le primarie del prossimo 30 aprile e si è lavorato tre giorni in un confronto che ha visto partecipare migliaia di persone per giungere alla stesura della mozione congressuale.

Vorrei, in sintesi, riassumere le motivazioni che mi hanno indotto a sottoscrivere la candidatura di Renzi, che afferiscono ad alcune valutazioni politiche sul momento e –soprattutto- sulla prospettiva.

Ci sono anzitutto motivazioni generali, dietro a questa scelta. Con il congresso selezioneremo la leadership e il gruppo dirigente che si candidano a guidare l’Italia nella prossima legislatura. Delle tre proposte che sono emerse dal dibattito interno, mi pare che il profilo di Renzi sia –per “taglio” politico, esperienza acquisita e capacità di guida- quella che maggiormente risponde all’esigenza di evitare che l’Italia venga risucchiata dentro le sabbie mobili di un passato che non passa, di una politica debole e ancillare che fa solo contenti i pochi dei salotti buoni che si vogliono spolpare ciò che rimane della ricchezza italiana, di una società bloccata dove l’ascensore sociale si rompe definitivamente consegnando praterie infinite al populismo nazionalista. Con Renzi alla guida del Pd, a mio avviso, il riformismo italiano ha maggiori chances per fare da diga e da argine nei confronti di destre xenofobe o gattopardismi eterni. Perché se è vero che abbiamo sbagliato la ricetta il 4 dicembre, è altrettanto vero che all’Italia serve una cura, e che le proposte che arrivano dagli altri schieramenti (L’Ital-Exit, l’uscita dall’euro e il ritorno alla sovranità monetaria) ci portano dritte nell’Argentina del secolo scorso, dove il combinato disposto tra populismo e nazionalismo gettò sul lastrico un’intera nazione. E la cura vera è una capacità di governo, di riforma condivisa, di modernizzazione che un Pd con una guida più coesa, più larga e più convidisa come Renzi si è proposto di fare al Lingotto  può assicurare all’Italia

Poi vi sono motivazioni politiche interne al Pd, e alla sua identità. Il profilo politico-programmatico di Renzi mi è apparso più convincente di quello degli altri due “competitor”.  Conosco e stimo Andrea Orlando, ritengo utile e importante anche per il partito la sua candidatura, perché saprà esprimere una sensibilità e una soggettività in grado di completare il nostro pluralismo interno e la nostra capacità di rappresentare tutte le anime del riformismo italiano. Ma mi pare che la sua impostazione sconti un inevitabile taglio “retro”, che personalmente ho già sperimentato in passato quando aderendo alla mozione di Pierluigi Bersani ci si proponeva di finalizzare il percorso dell’Ulivo e poi ci si ritrovò in un tentativo fuori tempo e fuori spazio di rimettere in piedi la “ditta” come una sorta di Pci 2.0. Ha ragione chi al Lingotto ha detto che i lavoratori non si proteggono cantando qualche (nobile) canzone del passato o alzando altrettante nobili bandiere, per poi fermarsi lì e sentirsi a posto con la propria coscienza, ma si affrontano le sfide dell’efficienza dei servizi al lavoro, della giustizia sociale, della formazione, dell’innovazione tecnologica. Proteggere e formare le nuove generazioni e i lavoratori di fronte al progresso tecnologico e alle sfide di un mercato che cambia è di sinistra, anzi è la sinistra del tempo di oggi,  più che rincorrere feticci o rimpiangere totem. La sinistra di oggi e di domani non può essere solo socialdemocratica (con lo Stato in mezzo tra società e individui a fare da vigile redistributore) ma dovrà anche essere “comunitarista”, cioè coniugare il tema degli individui con quello delle identità per forgiare le comunità e affidare ad esse, secondo il principio di sussidiarietà, quelle funzioni di interesse generale e di perseguimento della giustizia che devono essere garantite laddove lo Stato non arriva, o arriva in modo parziale. In questo, Renzi appare il più convincente, perché non sono le vecchie formule di welfare novecentesco quelle in grado di dare un futuro al paese. Da Michele Emiliano, invece, mi separano molte cose, e nonostante la sua personale simpatia ritengo che la sua proposta politica sia distante da ciò che serve al paese e al centrosinistra. Non sarà ripristinando l’articolo 18 per tutte le imprese, anche quelle individuali, ammiccando ai grillini e solidarizzando con i centri sociali che la sinistra potrà parlare al Paese. Né tantomeno sostituendo il giustizialismo al bisogno di giustizia che ognuno di noi sente forte, e intenso, e che per troppi in questi anni è stato motivo di carriera, spesso sulla pelle di persone innocenti infilate nel tunnel mediatico della gogna elettronica e sovente con sconfinamenti impropri e illegittimi nel campo della politica (ricordo ancora bene come cadde il secondo governo Prodi, e la carriera che fece De Magistris grazie a quella inchiesta finita in nulla che riportò Berlusconi alla guida del Paese),tutti rimasti senza alcuna conseguenza per chi ha commesso errori in campo giudiziario. E l’articolo 98 della nostra Costituzione, quello che stabilisce che i “pubblici impiegati” sono al servizio esclusivo della Nazione e che i magistrati, al pari dei militari, degli ambasciatori e delle forze di polizia, si devono astenere dal fare politica, non è stato cancellato.

Infine, una valutazione personale. Un mio commento pubblicato su Facebook si è addirittura conquistato la prima pagina dell’Huffington Post, il più letto quotidiano on line di politica nazionale. Ho fatto riferimento alla mia esperienza passata nel gruppo di Enrico Letta, e ho espresso soddisfazioni circa il fatto che molti amici che in passato avevano condiviso con me quel percorso oggi hanno fatto una scelta analoga alla mia, mentre altri –di cui conservo immutata stima e sincera amicizia- hanno preferito in queste ore fare opzioni politiche diverse.

Ho avuto alcune interlocuzioni sul tema, e al netto di qualche buontempone che mi ha scritto amenità (e a cui dedico con un sorriso la riflessione che, per esempio, se fossi stato come lui mi ha descritto nel 2007 mi sarei intruppato con Veltroni, anziché accettare la corsa in solitaria contro il resto del mondo fatta con Letta),vorrei precisare un aspetto. Essendo del mestiere,  conosco il trucco  retorico giornalistico di dover ricorrere alla logica del retroscena e dell’etichettatura. Ma non esiste, nella circostanza, una classificazione dei “lettiani per Renzi”, per il semplice fatto che non essendoci più il sostantivo, non esiste neppure più l’aggettivo.

Enrico Letta scelse di sciogliere la sua associazione –e quindi, detto in volgare, la sua corrente- appena diventò Presidente del Consiglio, decise di non partecipare al congresso del Pd del 2013 lasciando liberi i suoi amici di aderire alle mozioni che ritenevano più affini alla loro inclinazione politica, e nel 2014 si è dimesso dal Parlamento e si è ritirato dalla vita politica attiva all’interno del Pd. Sono scelte che –ancorchè opinabili- hanno avuto il sapore della valutazione personale dell’interessato, che ha deciso di sua sponte di chiudere con una esperienza politica, in un quadro di valutazione individuale, non collettiva.

Alla luce di ciò, personalmente ho scelto nel 2013 di sostenere la mozione di Matteo Renzi al congresso, e analogamente compio questa scelta nel 2017. L’ho fatto e lo faccio per le stesse motivazioni con le quali nel 2007 e nel 2009 sostenni le tesi che allora trovarono in Enrico Letta un punto di riferimento. L’esigenza, cioè, di avere un Pd che nascesse e finalizzasse l’esperienza dell’Ulivo, esprimesse una capacità di moderazione da non confondersi con moderatismo, di realizzare un “meticciamento” delle storie e delle culture anziché mantenere intatte le chiese d’origine (questo fu il vero peccato originario di Veltroni, che lui pagò per non aver avuto coraggio nel suo profilo organizzativo e di vera selezione della classe dirigente e per affidato il messaggio del Lingotto 2007 ad un apparato controllato rigidamente da D’Alema, e fu uno dei motivi per cui non aderii a suo tempo alla mozione Veltroni. I fatti di questi mesi si sono incaricati di confermarmi nelle mie valutazioni di allora). A cui si aggiungono,  nella circostanza, alcuni temi che ho ritrovato nell’impostazione del Lingotto 2017, e che se fossero stati fatti propri da Renzi nei tempi delle vacche grasse non ci avrebbero condotto alla sconfitta del 4 dicembre: inclusione, capacità di ascolto, leadership collettiva, responsabilizzazione e gioco di squadra. Temi importanti per il futuro.

Personalmente, ma anche –dopo essermi consultato con tanti amici in questi giorni- posso dire che staremo con Matteo Renzi e nel Pd con la stessa cifra con la quale siamo stati sin qui nelle esperienze politiche che abbiamo fatto: a testa alta, a schiena dritta, con la testa e con il cuore, nella consapevolezza che far politica vuol dire elaborare un pensiero e lottare per un ideale, e non iscriversi alla corte di qualcuno.

Nessuno ci potrà mai trasformare in retwittatori seriali, o in “cantores domini”, anchè perché qualcuno di noi è cresciuto alla scuola di chi come Donat Cattin o Marcora ci insegnava che bisogna evitare di essere ragazzi del coro o chierichetti di chi comanda.

Staremo in questo congresso con queste caratteristiche, nella convinzione (forse immodesta, ma anche genuina) che ciò possa essere utile al nostro partito e al nostro Paese.

Aver ritrovato degli amici su questa strada è un elemento positivo, averne trovato di nuovi è un propellente ancora più forte.

Con la speranza, per gli iscritti, di rivederci ai congressi di circolo, e per tutti (perché le primarie sono aperte a tutti, nell’era in cui Berlusconi continua con le cene degli amici ad Arcore e Grillo si affida ad una società privata per selezionare sindaci e parlamentari) al 30 di aprile al voto per il segretario dei Democratici,

 

Buona settimana a tutti,

 

Enrico

Enrico Borghi
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