Donaldo Trumpone

DOMODOSSOLA -

Il Sacro Romano Impero conosce, quale suo ultimo imperatore, Donaldo Trumpone Cesare Augusto Americano, primus inter pares, il primo tra gli uguali.

L' Imperatore, il divo Augusto, apparteneva alla gens Donalda, un' antica famiglia patrizia che ricavò grandi fortune dalle colonie americane dell' impero.

Come per altre famiglie patrizie, la gens Donalda dava pure nome all' antica rotta che da Roma portava nelle lontane lande del nuovo mondo.

Eppure, com ben si può immaginare, la conservazione di un impero spesso nasconde vecchie e nuove insidie. Due, da subito, furono le sue preoccupazioni. A sud delle terre americane, arrestare quel flusso inesauribile di barbari che ambivano dilagare nelle terre imperiali; mentre, nel Mediterraneo, nel Medio Oriente, si ripropose di contenere e sconfiggere il fenomeno del terrorismo che da anni dilagava tra le genti ismaelite.

Il primo dei problemi fu risolto con la costruzione di un grande vallo, il Vallo di Donaldo, maggiore e superiore per estensione di quelli precedenti.

Per la parte mediterranea, altrimenti, il processo di riconciliazione degli Ismaeliti fu più difficile, più problematico.

Fino ad allora quelle terre erano state più e più volte domate, anche col ferro, dalle legioni romane. Ma, benché l'Egitto, la più grande potenza militare ed economica dell’ antichità, fosse da tempo asservito a Roma, la terra che i Greci chiamarono Palestina, la terra degli Ebrei, rimaneva un crogiolo di rivolte e di ribellioni, spesso sanguinarie, capeggiate dagli Zeloti.

Finalmente, nel 70 della nostra era, il grande generale romano Tito Flavio Vespasiano, asservì Gerusalemme all' impero, distruggendo sia la città sia il tempio.

Tuttavia, solo con la repressione del 135, a seguito della rivolta capeggiata da Simon Bar Kokheba, valoroso resistente israelitico, la sconfitta di questo popolo apparve definitiva.

Già a partire dalla caduta di Gerusalemme e del tempio, gli Israeliti cominciarono ad abbandonare in massa la Terra promessa, conquistata e strappata ad antichi popoli di stirpe cananea, intorno al 1400 a.c.

Ma a seguito della sconfitta del figlio delle stelle, Bar Kokheba, l’esodo o diaspora si accentuò ancor più e il popolo ebraico si disseminò in tutto il mondo conosciuto, sino alle lontane Americhe, seguendo proprio quella rotta a cui la gens Donalda aveva dato nome.

Insomma, l’amministrazione dell’ impero si rivelò estremamente complessa, tanto che persino il grande muro, realizzato in tempi brevissimi, lungo i 3 mila chilometri che segnavano i confini con il Messico, non aveva sanato la piaga dell’immigrazione clandestina.
Infatti, nonostante il poderoso Vallo di Donaldo, quei ratti che ambivano raggiungere le terre dell’ impero non si erano affatto arrestati.
Ai precedenti percorsi via terra, ora preferirono le traversate via mare, sia mediante navigli di fortuna, facilmente intercettabili, sia a nuoto, per fiumi di confine o, con grande successo, direttamente per mare.

E come ben si può immaginare, giacché i ratti sono abilissimi nuotatori, il numero di queste bestie immonde non diminuì affatto, attestandosi sulle cifre delle migrazioni precedenti.

Questo fenomeno, forse inizialmente non prevedibile, diede a Donaldo lo spunto per ampiare l’ opera, nella sottile ambizione, affatto infondata, di superare finalmente la lunghezza della Grande Muraglia cinese e, come i Cinesi, arrestare i detestati invasori.

La Grande muraglia, come sappiamo, visibile persino dallo spazio, ha una lunghezza di oltre 8500 chilometri, mentre le coste americane hanno un’ estensione di circa 19000 chilometri.

Si vede bene, allora, che sommando alla lunghezza delle coste americane i confini meridionali dell’impero, si raggiungeva la ragguardevole lunghezza di 21000 chilometri. Questo breve calcolo diede a Donaldo e ai suoi ingegneri la possibilità di realizzare un’ impresa forse persino superiore alla conquista della Luna, avvenuta in anni precedenti il suo impero: 21 mila chilometri di palizzate e filo spinato, visibili persino dalla Luna.

Finalmente i topi erano stati sconfitti, e in modo definitivo.

Intanto, nel Mediterraneo, la millenaria contesa non era ancora sanata.

Eppure, al riguardo di quello che in quelle terre è sempre stato il focolaio più difficile, la Palestina, Donaldo aveva le idee molto chiare. Se i suoi predecessori si erano sforzati di lavorare su accordi tra i due stati, Palestina da una parte, Israele dall’altra, Donaldo non aveva esitato ad affermare che per lui e l’ impero uno o due stati erano la stessa cosa.

Giova a tal fine ricordare che la Palestina, pur conoscendo alterne vicende e alterni domini, era popolata da genti arabe sin dal Secondo Califfato, che nel 638 conquistò Gerusalemme a danno dell’Impero Romano d’ Oriente.

Quindi, quando nel 1947 le Nazioni Unite proclamarono lo stato di Israele, al fine di dare una terra, una patria agli Ebrei, ci si trovò in presenza di due popoli.

E la convivenza apparve subito molto difficile.

Il 14 maggio 1948, riprendendo la Risoluzione Onu n. 181, del 29 novembre 1947, che divideva la Palestina in due stati distinti, lo Stato ebraico e lo Stato palestinese, David Ben Gurion proclamava la nascita dello stato di Israele.

Il seguito di questa proclamazione fu tragico. Se da una parte gli Stati arabi ed i Palestinesi non riconoscevano lo Stato di Israele, attaccando militarmente quell’insediamento sin dai suoi primi giorni di vita, dall’altra, il piccolo stato, rispondendo a tali attacchi, non solo li respingeva ma conquistava nuovi territori.
L’ audacia di Donaldo, forse nel tentativo di sanare una volta per tutte il conflitto, nell’ affermare che era la stessa cosa che in Palestina ci fossero uno o due stati, diversamente dalla Proclamazione Onu del 1947, nascondeva, al riparo di una facile audacia, incoscienza ed ignoranza.

Ciò che ne seguì segnò la fine non solo delle fortune dell’imperatore Donaldo Trumpone Cesare Augusto Americano, primus inter pares, il primo tra gli uguali, ma produsse il declino e la fine dell’Impero Romano d’ Occidente.

Duemila anni erano finiti, insieme all’ era che li aveva contraddistinti.

In breve, i Cinesi, offesi mortalmente dal superamento del loro millenario primato, la lunghezza della Grande Muraglia, alleandosi coi popoli ispanici, cogli Arabi e con tutti gli Stati musulmani, dopo una rovinosa stagione di incendi, saccheggi e rivolte, in tutto l’Impero, come ai tempi di Nerone, annientarono le legioni del divo Donaldo Trumpone, cancellando quel Sacro romano impero che un tempo era pur stato glorioso e superbo.

Pertanto, in virtù di quanto accaduto, se un gudizio storico da questa vicenda s’ impone, una morale, diciamo, benché la prudenza non sia mai sufficientemente esaltata: la prudenza del dialogo, della ricerca, dell’attesa e del disciogliere e diluire, rimandando e prendendo tempo all’ infinito; pur consapevoli della ciclicità degli eventi e di quella fine ineludibile che prima o poi si verificherà; allora possiamo dire che il divo Donaldo non si è certo rivelato sagace, né tantomeno prudente.

Da sempre, un impero, una grande potenza deve dimostrare, nei fatti, la sua forza. E da millenni tale conato è di natura economica. Un impero non può essere protezionista, in economica, né può importare meno di quanto esporta, né può impedire la sua espansione, quanto a territori, a numero di abitanti.

La storia del Sacro romano impero d’occidente aveva dimostrato questo, in modo inequivocabile. Le sue gesta, la sua grandezza, come per ogni impero, era stata la magnanimità, l’ accoglienza, l’ universalità ecumenica che aveva saputo nei secoli elaborare, insieme all’ allargamento della partecipazione dei cittadini ai beni dell’ impero.

Aver sfidato la Cina, superandola nella lunghezza del muro; aver costruito un vallo impraticabile, lungo 21 mila chilometri, che bloccò i commerci, vanificando i porti e gli scambi; aver arrestato l’immigrazione, oltre che degli Ispanici, degli Europei e dei Musulmani; tutte queste follie infine decretarono la rovinosa fine del divo Trumpone, che, ora possiamo dirlo, discendeva per via diretta da un altro divo, altro gigolò, altro gigione, il divo Nerone.

Insomma, sappiamo da sempre di essere in presenza di una legge ineludibile, una legge, umana e naturale, che recita e afferma che prima o poi tutto avrà una fine. Tutto avrà una fine. Avrà fine un legame, un amore, un odio, una vita, un impero.

Ma se tra le arti ne esiste una maggiore e suprema, questa è l’arte della durata, primamente della vita, poi del potere, poi degli imperi.

Il dovere di Donaldo, l’arte suprema, era la continuazione dell’impero, non il suo annientamento.

Maledetto Donaldo, divo Cesare, niente affatto Augusto.

Amen, e così sia.

Rocco Antonio Cento
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