L’ Ossola è morta, lunga vita all’Ossola. Nuovo appuntamento con la rubrica Coccodrilli

DOMODOSSOLA -

Nei giorni scorsi, il sindaco di Santa Maria Maggiore, Claudio Cottini, ha avuto il merito di decretare la morte politica della Valle: “l'Ossola politica non c'è più. E' naufragata sulle divisioni politiche - spesso deleterie e contrarie alle vere esigenze della popolazione -, sulle contrapposizioni personali, sui contrasti di interessi politico-amministrativi che il cittadino capisce poco.”, queste le sue parole.

Cottini ha ragione, è un buon sindaco, amato in tutta la Val Vigezzo. Eppure, nonostante la simpatia e la stima verso Cottini, il sindaco vigezzino dimentica di dire le vere cause di questo collasso.

Cottini, pur nelle diversità che tornano a suo favore, rispetto ad altri amministratori ossolani, è stato anche, e per lungo tempo, consigliere e assessore della provincia del VCO. Avrà fatto pur bene a candidarsi in provincia, il suo ruolo politico lo intimava, lo consigliava. Eppure, proprio questa provincia è il vero problema ossolano.

Per inventare una ulteriore provincia “rossa”, prima dell’istituzione delle regioni, ai tempi del conteggio delle province bianche, rosse e rosa, l’ossola operaia veniva sacrificata a mezzo Verbano e mezzo Cusio. E non da feudataria, data l’ampiezza del suo territorio, da suddita, da serva della gleba. Neppure nel medioevo, nell’evo dei feudatari, si era mai visto nulla di simile. Ma erano i tempi in cui, come oggi si conteggiano le regioni in mano alla destra o alla sinistra, allora lo si faceva con le province, poiché le sciagurate regioni, istituite dopo il 1973, ancora non erano state completate.

Io lo gridavo, mi davano del pazzo. A palazzo Lascaris, a Pallanza, vaglielo a spiegare ai signori dell’Unione Industriale, guarda caso, di Verbania, alla Camera di Commercio di Verbania, con sede a Baveno. Sostenevano che secondo i “tempi di percorrenza” Domodossola risultava essere più vicina a Fondotoce, luogo dove si voleva collocare la sede della nuova provincia, di Omegna e di Verbania. Peccato che Fondotoce era ed è nel comune di Verbania. Alle mie proteste e a quelle di Fabrizio Comaita, consiglieri di Domodossola, l’invito fu quello di tornare da dove eravamo venuti. Ma noi eravamo lì in rappresentanza di Domodossola e della Valle, su mandato del nostro sindaco.

Quando io alla fine degli anni 80 insistevo su questo pericolo, nessuno voleva prestare ascolto. Di aver avuto ragione, infine, non mi fa gonfiare il petto. Né le difficoltà dei profeti in patria. Semmai aumentano il dolore, la disillusione per la mia terra. La mia terra? Sì, ci sono nato 62 anni fa. Ci ho studiato, ci ho combattuto, anche quando mi davano del terrone. Mi ci sono sposato, ci ho battezzato mia figlia, anch’essa nata a Domodossola, come sua madre. Ci sono sotterrati i miei cari, i miei avi, seppur da due generazioni.

La nascita della provincia di Verbania (inutile chiamarla “VCO”, è ridicolo),significò, contro ogni accusa di campanilismo, strumentale e vigliacca, la delocalizzazione di tutta una serie di servizi e di imprese che da Domodossola, o dal suo circondario, si trasferirono a Fondotoce, a Gravellona. La sede SIP, ora Telecom, l’Enel, la vecchia Padana Gas, Azzurra TV, nata a Domodossola, come la Padana Gas, e, sopra ogni cosa, l’ospedale san Biagio. L’ospedale domese, col pretesto dell'onerosità di tre ospedali dislocati nella provincia, è stato sistematicamente smantellato, depredato, a favore del Castelli di Verbania. Ecco le ragioni del nostro “campanilismo”, tanto criticato e imputato agli Ossolani. Il campanilismo non prevede un danno economico, è un’ideologia, una pura ideologia, questa sì condannabile. Per l’Ossola invece non si trattò di questo, ma di ragioni di vita, ragioni di continuità, ragioni di permanenza.

Si tentò di tutto per sconfiggere il “campanilismo” ossolano, ed ancora continuano con la proposta dell’ospedale unico a Ornavasso. Peccato che a Verbania esistano almeno altri due ospedali. Prima si era proposto un unico ospedale a Piedimulera, senza dimenticare di polverizzare la Comunità Montana Valle Ossola, una delle più popolose e ampie d’Italia.

Ma hanno avuto buon gioco. Posizionare un ospedale a sud di Domodossola significa spostare a meridione il baricentro di Valle. Ornavasso, non si sa bene quanto ancora sia ossolano, così Premosello, così Mergozzo, che forse non lo è mai stato. Ma c’è pure Vogogna, l’antica capitale dell’Ossola Inferiore.

Persino la peculiarità “montana” divenne patrimonio di Verbania, persino l’autonomia fu strumento nelle mani di Verbania, dei suoi politici, intendo. Eppure, alla nascita dell’UOPA, il movimento o Unione Ossolana per l’Autonomia; nata nei primi anni 80, aspramente criticata e negata dai partiti di quel tempo, particolarmente dal PCI, che per primo, nel dopoguerra, distaccò a Novara una sua federazione; nessuno aveva voluto prestar ascolto, per poi, divenuti provincia di Verbania, chiedere, vantare e avanzare gli stessi caratteri, le stesse prerogative.

Perché ridurre il fallimento della politica ossolana ad una zuffa da pollaio? Le responsabilità di questi uomini politici, di questi Ossolani, traditori e pavidi, sono ben altre e molto più gravi.

Eppure, e a questo punto la parola torna agli Ossolani, eppure si dice, come nel titolo, “il re è morto, lunga vita al re”, ovvero all’Ossola.

Questa terra è politicamente morta, ma, come le parole di Francesco Gonzaga, prigioniero dei veneziani, che alle loro minacce di morte rispondeva che il marchese di Mantova era a Mantova, non nelle mani di chi voleva ucciderlo, l’Ossola rimane tale, anche se la sua fallimentare classe politica è defunta.

L’Ossola è morta, lunga vita all’Ossola: ecco, ora più che mai, dovranno essere gli Ossolani ad affermarlo, a farlo proprio, ad amare la propria terra, cacciando definitivamente i suoi pavidi usurpatori.

Auguri Ossola.

Nella foto Rocco Cento in consiglio comunale a Domodossola negli anni 90. (archivio Falciola)

 

 

 

ROCCO CENTO
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