Per non dover licenziare le cliniche private ticinesi chiedono il lavoro ridotto

Il personale è composto in buona parte da lavoratori frontalieri

bellinzona -

Lavoro ridotto, con riconoscimento dell’indennità parziale di disoccupazione, anche per il personale, medico, infermieristico, socio assistenziale e non sanitario (pulizie, cucine, manutenzioni, ecc.) delle cliniche private, in buona parte composto da lavoratori frontalieri.

Lo chiede, al Consiglio di stato, l’associazione cantonale che riunisce queste strutture sanitarie perché, si legge in un comunicato diffuso nei giorni scorsi: “Non vogliamo licenziare”.

Le cliniche – spiegano i vertici dell’associazione – hanno garantito il pieno supporto al Cantone nella gestione dell’emergenza Covid. Parte del personale, quello necessario, ha lavorato al fronte per la cura dei pazienti, andando a completare i team dei reparti di terapia delle cure intensive in Ticino. Altro personale ha dovuto restare a casa perché la continuazione dell’attività sanitaria, ambulatoriale e stazionaria non urgente è stata proibita dalla Confederazione”.

Gli ospedali hanno riaperto ma alcuni servizi accessori, come le mense, rimangono chiusi. Le cliniche lanciano l’allarme. Un terzo degli incassi arrivano dal contributo del governo cantonale “ma due terzi degli introiti mancheranno” perché da Berna fino ad ora non è arrivato alcun contributo.

Le cliniche -conclude il comunicato- che fino ad oggi si sono assunte interamente i rischio dei mancati introiti potrebbero loro malgrado dover licenziare il personale in esubero in questo momento, con il rischio di lasciar scoperto il sistema sanitario nel momento di una prossima, verosimile ondata epidemica”.

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