Qui Montecitorio, migranti e ius soli: serve ragionevolezza, non paranoie

Vogogna -

Il tema dei migranti e dello ius soli sta diventando, tra il livello nazionale e quello locale, l’argomento principe che una certa politica scodella nell’agenda mediatica di questo torrido inizio d’estate.

Di fronte alla scelta, compiuta al Senato, di calendarizzare la legge sullo ius soli, si è assistito ad un doppio fenomeno politico. Da un lato, la saldatura tra Lega e Movimento 5 Stelle, che da tempo portavano avanti il loro “annusamento” e che hanno scelto un terreno tipicamente di destra per mostrare la loro vera radice identitaria e politica (con buona pace di tutti quelli che sono andati predicando il supposto francescanesimo dei grillini e la loro nuova funzione di costola della Sinistra del terzo millennio). Dall’altro, al Senato la Lega ha inscenato una gazzarra che ha impedito la prosecuzione dei lavori, con tanto di occupazione dei banchi del governo, botte al ministro Fedeli, “vaffa” al presidente Grasso. Squadrismo, insomma.

Sul territorio del VCO, la destra continua a mettere in campo lo spartito del terrorismo psicologico. Dai quotidiani e paranoici comunicati del sindaco di Domodossola contro i migranti, nei quali si è arrivato ad invocare il coprifuoco per gli stessi alle ore 20, fino ad arrivare all’invenzione della creazione del nuovo centro migranti a Cireggio di Omegna, nel pieno della campagna elettorale per il rinnovo del Sindaco omegnese, questo ormai è il refrain che ci viene propinato, instillando quotidianamente nell’opinione pubblica un livello di tensione, di scontro e di odio rispetto al quale tacere sarebbe connivenza.

Intanto, di che stiamo parlando con lo ius soli? Parliamo di una figura giuridica, la cittadinanza concessa sulla base del “suolo” sul quale un cittadino nasce, vigente in tutti i paesi occidentali. Con varie varianti. Si va dagli Stati Uniti d’America, dove il fatto di nascere sul suolo americano dà diritto automaticamente alla cittadinanza degli States, all’opposto dell’Ungheria dove per ottenere lo “ius soli” devi versare 300.000 euro in titoli di stato. In mezzo, c’è tutta una casistica legislativa in cui Francia, Inghilterra, Germania, Spagna hanno regolato la cittadinanza in base al luogo di nascita. In Italia, come nel caso delle unioni civili, arriviamo buoni ultimi a regolare questo fenomeno. Fenomeno che è già in atto. Quanti bambini nati in Italia e figli di immigrati regolari oggi frequentano le nostre scuole, giocano con i nostri figli, vivono nelle nostre contrade? Sono bambini e ragazzi che crescono nella nostra cultura, che rispondono ai canoni della nostra società, addirittura che ci salvano dalla malattia cronica della denatalità che ha colpito l’Italia. Li vogliamo lasciare fuori dalla porta? Vogliamo creare una società castale, dove ci sono inclusi ed esclusi in base al censo, al luogo di nascita, all’etnia? E pensiamo che una società costruita in questo modo, in una Italia dove già oggi con le tasse versate dagli immigrati regolari paghiamo le pensioni ai cittadini italiani, sia davvero una società più sicura, oltre che più giusta?

Lo “ius soli”è al tempo stesso una misura di giustizia –perché ne va del diritto fondamentale della persona- ed una misura di sicurezza, perché una società inclusiva è una società più tranquilla, più ordinata, più serena.

E qui non c’entra nulla il buonismo. Su questo sono dell’opinione che il centrosinistra non debba buttarla, per smontare questa polemica xenofoba che la destra mette in piedi ad ogni circostanza (a proposito: ma che fine hanno fatto i moderati e i cattolici del centrodestra? Hanno perso la parola o sono semplicemente usciti da quello schieramento oggi guidato dalle componenti più radicali?) sul piano del sentimentalismo. Non si tratta di invocare generiche società multiculturali, o cantare il “peana” alle magnifiche e progressive sorti del “melting pot”. No, il tema va posto su quello della ragionevolezza, del ragionamento, della spiegazione. Dobbiamo spiegare ai nostri concittadini, che sono spesso frastornati e confusi di fronte a quello che accade e di questo non possiamo certo fargliene una colpa, che è interesse anzitutto degli Italiani che vivono qui da generazioni intere se di fronte a fenomeni storici che non possiamo fermare (le migrazioni oggi sono un mix di migrazioni di guerra, migrazioni economiche, migrazioni climatiche e non si fermeranno perché qualcuno lancia proclami o anatemi via comunicato stampa) costruire una società unita e composta da persone non ideologizzate e non radicalizzate. Se non partiamo dai giovani, che nascono qui senza remore ideologiche, che vogliono collaborare per costruire una nazione nuova e sono aperti ai concetti del bene comune, da chi dovremmo partire? Se siamo noi per primi –Italiani ed Europei- a radicalizzare il confronto fino a renderlo scontro (gridando all’invasione, al migrante, allo straniero invasore),oltre a dare un aspetto slegato dalla realtà, si induce a risposte altrettanto analoghe da parte di chi invece dovrebbe essere integrato. Produce sicurezza, questo? No, produce l’opposto.

Lo “ius soli” in sè consente a figli di migranti nati in Italia di diventare Italiani, sulla base di alcuni criteri definiti (il “soggiorno permanente” o di “lungo periodo” dei genitori, il soggiorno legale e in via continuativa per almeno 5 anni sul territorio nazionale, un reddito minimo, un alloggio idoneo, il superamento di un test di conoscenza della lingua). E’ una misura equilibrata. E’ un gesto di saggezza politica e di lungimiranza, oltre che di giustizia. Opporsi per un pugno di voti, o per suggellare nuovi matrimoni politici, è un esercizio comprensibile politicamente, ma del tutto contrario agli interessi del Paese.

 

La furibonda paranoia identitaria”

Parlando di questi temi, un intellettuale importante –Ernesto Galli della Loggia, sul “Corriere della Sera” di domenica 18 giugno- ha parlato di “furibonda paranoia identitaria” da parte di una destra che anziché contribuire al vero interesse nazionale, pensa solo ai voti e alla fazione.

Ecco, mi pare la migliore definizione per quello che sta accadendo a Domodossola coi proclami del suo primo cittadino. Ascoltando la sua narrazione, sembra che da un anno a questa parte il capoluogo ossolano sia diventato una via di mezzo tra il Bronx newyorchese degli anni ’70 e la Kabul attuale.

Intendiamoci, il tema della sicurezza è vero ed è giusto. E non c’è niente di più odioso di uno scippo ai danni di una persona anziana o di un abuso sessuale nei confronti di una donna. E legalità e sicurezza debbono essere garantiti e perseguiti nel modo più rigoroso, senza sociologismi di maniera che inducono a giustificare la commissione di un reato. No: chi delinque, paga! Ma la differenza tra gli Stati di diritto e quelli autoritari consiste nel fatto che chi commette un reato viene perseguito personalmente per il fatto che ha compiuto, non per la religione che professa , o per l’etnia o la nazionalità di cui è espressione. Perché non c’è alcuna connessione tra la propensione a delinquere e il fatto di appartenere ad un gruppo etnico diverso dal nostro. Se un extracomunitario di origine marocchina ruba una borsetta ad una anziana alla stazione di Domodossola, lo si acciuffa e lo si mette in galera, come giustamente ha fatto la Polizia, non si fa un “pogrom” contro tutti i cittadini di origine marocchina di quella città. Dire invece, che si deve fare un coprifuoco per il quale dopo le 20 di sera tutti i migranti non possono circolare in città (neanche gli Svizzeri, allora? E alle badanti ucraine che vanno a fare la notte per assistere gli anziani nelle nostre case cosa diamo, uno specifico lasciapassare? E magari poi istituiamo le ronde con la camicia colorata per controllare il rispetto delle disposizioni?),significa –al netto delle evidenti anticostituzionalità del caso- voler creare una categoria da mettere all’indice come causa di tutti i malesseri contemporanei. E’ un film che abbiamo già visto, e che proprio Domodossola e le Valli dell’Ossola contribuirono a debellare 70 anni fa. Per questo non possiamo assistere inermi e complici a questa deriva lessicale e mediatica, che rischia di sdoganare –soprattutto fra i più giovani- l’idea razzista (si, razzista, riabituiamoci a dire le cose con il loro nome) che “quelli che non sono nati qui” sono in conseguenza di ciò reietti da respingere, e colpevoli in sé delle nefandezze della società. Di fronte ai rigurgito di questa cultura, il silenzio è complicità. E noi non vogliamo essere né inerti, né complici.

Da ultimo, mentre si lanciano proclami xenofobi, nel solco della migliore doppiezza, si mettono in campo politiche per fare cassa con i migranti. Sì, perchè il buon sindaco di Domodossola non lo dice, ma la sua azione alla guida dell’assemblea dei Sindaci del Consorzio Servizi Sociali dell’Ossola ha portato alla sottoscrizione di un accordo con la Prefettura del VCO che innalza da 169 a 251 il numero dei migranti che dovranno essere ospitati annualmente in 31 comuni dell’Ossola. Mentre è impegnato a rogare (o farsi rogare) comunicati di fuoco contro i migranti, il sindaco Pizzi contemporaneamente innalza di 80 il numero dei migranti, che naturalmente nella sua testa dovranno essere attribuiti a comuni ossolani non a guida destrorsa. Perché lo fa? Perché “pecunia non olet”, e grazie a questa mossa lo Stato verserà alle casse del CISS 3.206.525 euro in più all’anno, soldi che consentiranno alle traballanti finanze del CISS di stare in piedi e ai Comuni consorziati (Domodossola in testa) di non vedersi aumentare la propria quota annuale. Insomma, coi soldi (statali) dei migranti si garantisce che non vengano alzate le tasse degli Ossolani per l’erogazione dei servizi sociali.

In questo caso nulla da dire, sindaco Pizzi? I migranti vanno bene perché fanno prendere voti quando li si attacca e fanno guadagnare i Comuni (anche quelli a guida di destra, a meno che Pizzi non voglia per coerenza restituire allo Stato anche i 100.000 euro una tantum che il Comune di Domodossola si è visto assegnare per essere sede di luoghi di accoglienza)?

Contro questa concezione mercantile, miope e cinica serve un soprassalto di civismo e di battaglia culturale, per evitare che queste concezioni legate solo ai guadagni elettorali ed economici spezzino quella coesione sociale della nostra comunità che resta ancora il propellente decisivo ed essenziale per la costruzione di un Paese più giusto e più moderno.

 

Buona settimana a tutti,

 

Enrico

Enrico Borghi
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