Violenza sulle donne: l'importanza di denunciare e il "Protocollo EVA"

Verbania -

Nel 2016 nel VCO il questore ha dato luogo a 10 ammonimenti per violenze domestiche, la Polizia ha raccolto 4 denunce per maltrattamenti in famiglia, una per divulgazione di materiale pedopornografico, 4 per atti persecutori e 2 per atti sessuali con minori. Nel 2016 nel VCO c’è stato anche un femminicidio, la morte di Alessia Partesana, ammazzata a coltellate dall’uomo che voleva lasciare. Non sono numeri piccoli per una provincia di 160mila abitanti, ma a parlare di violenza sulle donne è bene anche confrontarsi con le cifre nazionali che per l’anno passato parlano di 108 donne uccise, 10mila atti persecutori denunciati, 12mila maltrattamenti domestici, 13mila atti persecutori e 3mila violenze sessuali. Non diciamo niente di nuovo se affermiamo che la violenza di genere trova la sua forma più frequente nella violenza domestica, che è un fenomeno trasversale alle condizioni economiche o ai livelli culturali e che l’escalation è in ambito familiare, dove il partner o l’ex si trasformano in veri e propri persecutori, o carnefici.
Davanti a queste cifre è la stessa Polizia di Stato che afferma che il rischio di violenza da uno sconosciuto è marginale rispetto alle violenze sessuali che vengono commesse sotto il tetto di casa. E’ dagli anni ’60, quando fu istituito il corpo della Polizia femminile, che la Polizia di Stato si confronta con la violenza sulle donne e se l’ammonimento del questore prima e la denuncia poi sono le risultanze di eventi conclamati, portare il fenomeno fuori dalle mura domestiche, dove le donne spesso vivono il dramma in solitudine, è compito del territorio, della capacità di enti, associazioni, istituzioni, di fare rete. D’altronde la stessa Polizia attraverso iniziative come il “Camper rosa” e la campagna “Questo non è amore” va oltre la parte assegnatagli istituzionalmente. E c’è di più, la vittima che in un primo momento può essere inconsapevole, illudendosi che ad una prima violenza non ne seguano altre (e invece i fatti raccontano sempre il contrario),va accompagnata nel difficile percorso che può culminare nella denuncia del partner. Per questo in Questura, a Verbania, stanno allestendo stanze ad hoc, al di fuori dell’ufficio denunce, luoghi più appartati dove la donna si renda conto che sua privacy è tutelata al massimo. Ma niente è improvvisato. Si chiama Protocollo EVA (Esame Violenze Agite) il protocollo operativo che i poliziotti sono tenuti a seguire quando si trovano davanti a un caso di violenza domestica. Si comincia con l’acquisizione delle informazioni salienti su fatti e dati, si mettono in sicurezza la donna ed eventualmente i minori presenti sul luogo della violenza, quindi si raccolgono testimonianze da parenti e vicini. In un secondo momento, presso gli uffici di Polizia, si ricostruisce la storia familiare dei soggetti, scovando, ad esempio, precedenti del partner che possano servire a ricostruire un quadro completo sulla vita familiare e le inclinazioni del violento. Quello che segue può avere diversi sviluppi sia per la donna vittima, sia per l’uomo, per quale si può pensare, con la collaborazione degli anti locali, anche a percorsi rieducativi con l’ASL o i servizi sociali.      

Antonella Durazzo
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