Autonomia, responsabilità e furbizie

Roma -

E' stata la settimana del referendum lombardo e veneto, promosso dalle rispettive regioni per consultare il popolo sulla possibilità di attuare l'articolo 116, terzo comma della Costituzione.
Intanto, chiariamo un punto, e cioè cosa dice quell'articolo. Perchè se ne sono sentite di tutti i colori! Sulla base di questo disposto, introdotto nel 2001 dalla riforma del Titolo V realizzata all'epoca dall'Ulivo, è possibile per le Regioni che abbiano i conti in ordine richiedere il trasferimento dallo Stato alle Regioni di alcune materie legislative concorrenti previste dall'articolo 117 della Costituzioni dallo Stato. In cambio di questo trasferimento, le Regioni si possono vedere attribuire quote di imposte (Irpef, Iva e altre) che vengono stornate dallo Stato alle medesime per la copertura delle maggiori spese derivanti dal trasferimento di competenze.
Un esempio? Una materia concorrente è la tutela e sicurezza dei luoghi di lavoro. Oggi gli enti autorizzati ad esercitare funzioni di controllo (e pertanto autorizzati a comminare sanzioni) all’interno dei luoghi di lavoro sono: la Guardia di Finanza, la Direzione Provinciale del Lavoro (ex Ispettorato del Lavoro),i Vigili del Fuoco e l’Azienda Sanitaria Locale (A.S.L.) competente per territorio. Se una Regione intende far scattare l'articolo 116, terzo comma, della Costituzione deve proporre allo Stato di voler gestire -in questo caso- direttamente tutte le funzioni svolte da Guardia di Finanza, ex Ispettorato e Vigili del Fuoco, deve dimostrare di poterlo fare meglio dello Stato e deve concordare con lo Stato i cespiti (ovvero i fondi) che vengono spostati dal bilancio statale a quello regionale per la copertura dei costi.
Analogo discorso vale per le altre 22 materie concorrenti previste dall'articolo 117.
Ad oggi una sola regione italiana ha attivato la procedura prevista per l'articolo 116, terzo comma, ed è l'Emilia Romagna.
Ai cittadini lombardi e veneti è stato chiesto se sono d'accordo nell'attivare questa procedura, e il risultati sono noti: in Veneto la maggioranza assoluta dei votanti si è dichiarata d'accordo, mentre in Lombardia lo ha fatto una maggioranza relativa.
In un paese democraticamente maturo cosa accadrebbe? Che gli uffici di gabinetto delle presidenze delle giunte regionali contatterebbero il gabinetto del Primo ministro, per stabilire tempi e modalità per l'attuazione della procedura.
Ma da noi, no. Avendo voluto dare al referendum un significato diverso rispetto a quello che realmente aveva, immediamente sono usciti i veri retropensieri. Il presidente del Veneto, Luca Zaia, forte della vittoria conseguita, se n'è uscito con la richiesta del mantenimento in Veneto dei 9/10 delle tasse e della trasformazione della Regione da lui guidata in regione "a statuto speciale. Tema politicamente condivisibile o meno, ma che non era nel testo della consultazione elettorale, anche perchè un quesito simile era stato dichiarato non ammissibile dalla Corte Costituzionale.
Il presidente della Lombardia, dentro un malcelato imbarazzo per il flop politico e tecnico (36 ore per attendere l'esito del voto dopo aver speso quasi 50 milioni in tablet per votare elettronicamente),ha annunciato l'avvio di una trattativa con lo Stato chiedendo il trasferimento di tutte e 23 le competenze legislative entro sei mesi, sapendo che quando si chiede tutto in realtà si chiede nulla. E fa impressione -dentro questa fiera della furbizia- sentire il presidente della più grande regione italiana parlare come un sindacalista in fase di rinnovo contrattuale ("vado a Roma per aprire la trattativa") quando da ministro dell'interno ha bloccato l'iniziativa di Formiconi di attuare la stessa cosa per la quale ora si batte.
Insomma, il referendum nel suo vero e reale contenuto è stato immediatamente smentito, svelandosi per quello che era nelle intenzioni dei suoi promotori: da un lato una sorta di congresso interno alla Lega (vinto con distacco da Zaia su Maroni, cona Salvini soddisfatto del ridimensionamento del governatore lombardo) dall'altro l'apertura della campagna elettorale per la destra (con un regolamento di conti al suo interno, vista la palese ostilità di Fratelli d'Italia all'iniziativa e più in generale al tema delle autonomie territoriali).
Chissà che la vicenda non insegni qualcosa anche alle latitudini lepontine, dove c'è chi tenta di ricostruirsi improbabili verginità politiche con referendum farlocchi che saranno abbandonati un secondo dopo la loro eventuale celebrazione, visto che vengono pensati e allestiti per consentire ai promotori di ottenere un posto al tavolo della pace dopo aver goduto di un posto al sole.
Resta sullo sfondo, ancora una volta, il tema vero, quello dell'autonomia, agitato come una bandiera con scaltrezza levantina spacciando ai cittadini cose che non esistono, che non sono praticabili e che sconfinano nella secessione fiscale.
Di fronte al tema della modernizzazione delle istituzioni, siamo ancora fermi al paradigma secondo il quale per qualcuno l'autonomia è tenersi tutti i soldi per sè, trasformando lo Stato in una sorta di "bad company" chiamato a pagare il debito pubblico (con quali soldi non si sa, visto che Berlusconi ha annunciato che nel suo programma tutte le Regioni saranno autonome, e quindi evidentemente potranno trattenere tutte le rimesse fiscali).
Che l'autonomia sia sinonimo di responsabilità, ormai non lo dice più nessuno, perchè la fiera della banalità e della vendita di fumo ormai è stata aperta. Non è difficile pronosticare un'altra stagione di delusioni, per i fautori di queste effimere illusioni.
Il vero Stato delle Autonomie è un altro, e presuppone al tempo stesso l'esistenza dello Stato e delle Autonomie, dentro un quadro sussidiario e di leale collaborazione, non la lotta degli uni a sopravanzare gli altri livelli istituzionali o la gara a privatizzare gli utili e socializzare le perdite. Con i referendum-plebisciti messi in piedi per dire una cosa e volerne un'altra non si va in Europa. Così si va dritti in Sud America.
Altro che federalismo.
Post scriptum: è quasi esilarante vedere la costituzione dei comitati del Piemonte autonomo da parte di chi ha portato il bilancio della Regione subalpina sull'orlo del dissesto. Tanto per essere chiari, la Regione ha chiesto allo Stato italiano la dilazione ventennale del debito accumulato negli anni scorsi. Se chiedessimo di essere totalmente autonomi, faremmo solo un favore al Ministro delle Finanze che da Via XX Settembre avrebbe buon gioco a dire "bene cari piemontesi, a questo punto arrangiatevi voi, non chiedete garanzie allo Stato e pagate di tasca il buco che avete causato". Anche la fiera del levantinismo subalpino dovrebbe avere, prima poi, fine!

Enrico Borghi
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