E' legge, finalmente!

Roma -

Ci sono volute quattro legislature (il primo disegno di legge risale al 2001),un intenso lavoro parlamentare e politico, una robusta e coesa coalizione sociale e territoriale, e alla fine il risultato si è concretizzato. Giovedì scorso, 28 settembre, ad un anno esatto dall'approvazione avvenuta alla Camera nella quale avevo svolto il compito di relatore, il Senato ha definitivamente approvato la legge per i piccoli comuni e il recupero dei centri storici (che riassume al proprio interno i provvedimenti a favore della montagna).

Si tratta di un risultato storico: mai, prima d'ora, era accaduto che nell'ordinamento repubblicano si facesse spazio ad una normativa che tenesse conto della specificità dei territori amministrati dai piccoli comuni. E' la prima volta in 70 anni di vita che la Repubblica si "accorge" che oltre metà del proprio territorio è amministrata da comuni al di sotto dei 5.000 abitanti, che abbisognano di una chiave di lettura diversa da quella delle aree urbane e delle città metropolitane.
E vi è un secondo elemento di principio altrettanto rilevante. Per la prima volta, in una legge dello Stato vi è il riconoscimento che la residenza in un piccolo comune è un "bene comune" nazionale. Chi vive a Trasquera piuttosto che a Montelepre, insomma, svolge una funzione di tutela e di salvaguardia dell'identità nazionale, dei beni storici, architettonici, paesaggistici, culturali e ambientali di cui l'Italia è ricca, nonchè di presidio e di tutela del territorio ai fini della preservazione dal dissesto. Fino a ieri, il progresso veniva dipinto come il "naturale" spostamento di masse di individui dalle campagne e dalle montagne alle città, e le legge assecondavano, ordinavano e addirittura spingevano in questa direzione. Per la prima volta, con questa legge assistiamo ad una inversione di tendenza, che va nella direzione di affermare che la vera modernità (quella dello sviluppo sostenibile, del rapporto equilibrato uomo-natura, della salvaguardia del creato) è trovare un nuovo equilibrio e una nuova coniugazione tra uomo e ambiente, tema che trova nei territori dei piccoli Comuni un territorio ideale di elezione, di sperimentazione e di elaborazione.
La modernità non è più, come nel Novecento, la rincorsa verso le metropoli per rinchiudersi dentro giganteschi ed anonimi falansteri per essere trasformati in piccole pedine del capitalismo fordista e taylorista, in piccole e anonime formiche dell'agglomerazione urbana. Quella che ieri era modernità, oggi è diventata fattore di difficoltà: basti vedere con quanta fatica nascono in Italia le Città Metropolitane, e con quanta difficoltà riescono a governare territori rigidi, pieni di rendite e che -purtroppo- faticano a stare al passo con il grado di innovazione e di leadership delle città europee. L'immagine desolata della capitale d'Italia, sotto questo profilo,  parla da sola.
Dentro la nuova modernità che emerge, questa legge ha un altro profilo, di assoluta controtendenza rispetto al passato: premia il concetto di coesione sociale e territoriale, investe sulla voglia delle comunità locali di essere protagoniste di sè stesse abbandonando decenni di assistenzialismo e di sordità dello Stato, immagina un'Italia -per dirla con Ermete Realacci, col quale abbiamo condotto una battaglia intensa sul tema- che fa l'Italia. E cioè che investe su bellezza, coesione, identità, patriottismo dolce nell'era dei nazionalismi feroci che spaccano e dividono.
Non credo sia un caso che questa legge abbia avuto -sia pure in un quadro di differenti posizioni come è giusto che sia in democrazia- un consenso larghissimo, sia nel Parlamento (approvata dall'unanimità alla Camera, con soli due astenuti al Senato) che nel Paese, come dimostrano i commenti e gli interventi che i principali media hanno dedicato a questa approvazione definitiva. "Avvenire" l'ha definita "civilissima riforma", cogliendo a mio avviso il nodo vero del tasso di innovazione non solo nelle cose che ho ricordato, ma anche nel suo messaggio che invia all'Europa delle rigide regole di bilancio che è possibile vivere -senza scialacquare- dentro modelli che non si reggono solo sui numeri ma sulle comunità . E non credo sia un caso che su questa legge sono addirittura intervenuti, con passaggi che -lo confesso- mi hanno molto emozionato, il Presidente della Repubblica prima e Papa Francesco immediatamente dopo la sua approvazione.
Come tutti gli strumenti legislativi, essa non è nè il Decalogo sceso dal Sinai nè il Talmud. Funzionerà e darà frutti nella misura in cui sarà incarnata nelle battaglie, nelle lotte e nella volontà di protagonismo delle comunità locali, e dei loro Sindaci ai quali assegnamo una funzione importantissima e inedita: quella di essere gli ideatori e gli attuatori dello sviluppo locale dei loro territori, lavorando in squadra tra loro e non in deleteri e antiquati municipalismi campanilistici e concretizzando con i loro risultati un processo che la legge, essendo "legge quadro", vuole aprire e non circoscrivere in assoluto all'interno dei propri diciassette articoli.
In questo, è certamente una legge molto politica, e su questo -se volete- potete trovare le tracce del mio personale lavoro al tema, che vi assicuro è stato lungo, intenso e appassionato. Perchè questa è una legge che nasce dal presupposto e dal pensiero che la politica sia lo strumento per la liberazione dei più deboli e dei più lontani dalla sfera del potere, e perchè ho potuto personalmente toccare con mano come negli anni della crisi il sentimento di egoismo, di autosufficienza e di neo-coloniasmo sia rinato nelle classi dirigenti del paese (non solo in quelle politiche, ma anche in quelle culturali e mediatiche),sentimento che ha portato a ritenere che questi territori fossero solo serventi e funzionali alle logiche del potere che risiede nelle grandi città. Contro questo pregiudizio ci siamo battuti, ed essere riusciti a portare in fondo una legge di iniziativa parlamentare (sono pochissime quelle che sopravvivono al  la terribile "navetta" tra i due rami del Parlamento) rappresenta - a mio avviso- un segnale di fiducia e di speranza per il Paese. Perchè questa non è solo una legge per i territori dei piccoli comuni. E' anzitutto, e soprattutto, una legge per l'Italia che riscopre -finalmente- sè stessa.

CATALOGNA: OVVERO, LA MORTE DELLA POLITICA
Le immagini che sono arrivate da Barcellona e dalla Catalogna domenica lasciano davvero sgomenti. Pensare che nel 2017 da un lato si voglia allestire un referendum contro la propria Costituzione, privo di quorum e di regole per rompere in due un paese e dall'altro si risponda a ciò con i manganelli, la polizia e le cariche contro persone inermi che chiedono solo di esprimere una loro opinione e che tutto ciò avvenga nell'Unione Europea, è un triste segno dei tempi. Che ci fa comprendere come una regola aurea della politica valga sempre: i problemi, se non li governi, ti scavalcano fino a prenderti la mano. E a quel punto è troppo tardi.
In Spagna la politica da troppo tempo ha smesso di essere sè stessa, e la democrazia ha smesso di essere il luogo per la conciliazione, la mediazione e la sintesi dei diversi, talvolta anche degli estremi.
La vicenda spagnola, inoltre, a mio avviso è la dimostrazione di un dato su cui avevo già avuto modo di riflettere con voi poco tempo fa. La dialettica politica del futuro vedrà un punto discriminante, che a mio avviso non è la tradizionale frontiera tra destra e sinistra ma è quella tra sovranisti nazionalisti e europeisti federalisti. Già oggi ci sono sul campo scuole differenti, tra chi crede che il futuro sia il ritorno agli Stati Nazione dell'Ottocento e chi sostiene che il domani sia governabile con gli Stati Uniti d'Europa. Basti vedere in proposito lo scontro in atto a destra tra Berlusconi e Meloni da un lato che stanno con Rajoy e Salvini che tiene la parte dei Catalani, per capire come il quadro tradizionale viene messo ogni giorno a dura prova dagli eventi. In Spagna c'è solo da sperare (e da lavorare) affinchè la politica torni a ritrovare se stessa, e dialogo, trattativa, mediazione e concessioni prendano il posto dei manganelli, delle prove di forza e del ritorno di fiamma del nazionalismo. Sapendo che il senso della politica è la sua capacità di mediazione e di giustizia: se essa asseconda solo le spinte dei più forti ad escludere i più deboli, archiviando in ciò ogni spirito solidaristico, viene inevitabilmente sostituita dall'uso della forza. Come i fatti di Catalogna, purtroppo, dimostrano.

AUGURI, PINO
Finalino dedicato alle questioni di casa nostra. Il Pd del VCO ha trovato una propria intesa unitaria, evitando di dividersi artificialmente sugli steccati nazionali, attorno alla figura di Giuseppe (Pino) Grieco, che si appresta a diventare il nostro nuovo segretario provinciale.
Ho condiviso questo percorso, e faccio i miei migliori auguri a Pino, col quale condivido  tanti anni di militanza politica e amministrativa. Ci sarà molto da lavorare, ma le premesse sono buone.
AVVISO: Questo messaggio ed i suoi eventuali allegati sono rivolti esclusivamente ai destinatari e possono contenere informazioni riservate. Qualsiasi utilizzo, diffusione o riproduzione senza autorizzazione è proibita. Qualora vi fosse pervenuto questo messaggio per errore, esso va cancellato immediatamente con preghiera di avvisare il mittente. Grazie.

 

Enrico Borghi
Ricerca in corso...