Germania: un voto di timore, che impone il rilancio dell'ideale europeo

Roma -

Le elezioni politiche tedesche hanno -giustamente- catalizzato l'attenzione degli osservatori internazionali, sia pure dentro una cornice preoccupante che sul piano globale ha visto il durissimo scambio dialettico all'Onu tra Stati Uniti e Corea del Nord, che rischia di essere foriero di venti di guerra preoccupanti.

Mi pare che ci sia stato un elemento che anche in Germania ha giocato nelle urne, come prima in Francia e in Olanda: il timore del futuro. Non si spiega diversamente come sia stato possibile che in un paese dove la ricchezza cresce ogni anno del 2%, con un surplus commerciale rilevante, con una disoccupazione al 4% siano tornati in Parlamento parlamentari di ispirazione fortemente nazionalista o addirittura negazionisti della Shoah. Un timore per il futuro, che fa del tema dell'immigrazione il detonatore più rilevante agitato dai demagoghi di turno.

In questo quadro, i conservatori di "Mutti" Merkel perdono ma tengono un deciso ruolo-guida, mentre si schiantano i socialdemocratici della Spd a conferma di una tesi a me cara da tempo, e cioè che la socialdemocrazia sia ormai un argomento del Novecento e che la sinistra ha bisogno di rideclinare le sfide dei suoi valori di giustizia sociale, libertà e diritti dentro le sfide della modernità e non nella calda nicchia delle tradizioni. Di rilievo anche le perfomances elettorali dei liberali e dei Verdi, che si candidano al governo, mentre la "Linke" raggiunge una percentuale sognata dai massimalisti di casa nostra e si accomoda all'opposizione.

Ora di fronte alla Merkel di sono due strade, in questo suo quarto e probabilmente ultimo mandato: o ripiegare su se stessa, e dare alle paure tedesche una dimensione nazionalista di rincorsa a destra, o rilanciare il grande ideale europeo, e mettersi alla testa di una integrazione europea che non sia solo numeri, finanza e banche ma sia quel grande progetto politico che un altro cancelliere storico, Helmut Kohl, perseguì prima di lei.

Le prime reazioni al voto tedesco che arrivano dalla Francia fanno ben sperare. Le proposte di Macron che spinge per una maggiore integrazione della polizia di frontiera, dell'esercito e del governo del diritto d'asilo a livello europeo sono importanti. Fu proprio la Francia di De Gaulle a far fallire nel 1954 la Comunità Europea di Difesa (CED) pensata da De Gasperi come progetto di collaborazione militare tra gli stati europei, che se fosse stata realizzata avrebbe dato un impulso formidabile all'integrazione europea. Il fatto che sessant'anni dopo arrivi dalla Francia una forte dichiarazione in tal senso non va lasciato cadere nel vuoto, e l'Italia -per le sue tradizioni europeiste ma anche per i propri interessi territoriali- non deve stare alla finestra, come giustamente ha fatto notare il premier Gentiloni.

Le opinioni pubbliche europee saranno sempre più orientate, nel prossimo futuro, a declinare il loro consenso non tanto sul tradizionale versante destra-sinistra, quanto a mio avviso su quello Europa/antiEuropa. Non a caso i partiti si stanno dividendo tra europeisti e sovranisti, e risorgono antichi nazionalismi che sembravano finiti come reazione a fenomeni globali che non trovano nella UE tecnocratica del trattato costituzionale uno strumento adeguato di governo. Sarà anche su questo versante -ritengo- che si declineranno i fenomeni politici italiani dei prossimi mesi. A meno che non si voglia continuare con la finzione di coalizioni che si sciolgono come neve al primo sole, e nelle quali i personalismi e le brame di potere hanno ormai sostituito i progetti politici. Il recupero di un grande ideale europeo, e di una modalità concreta e giusta di sua attuazione, è una base sulla quale costruire una prospettiva politica che sia più duratura della leadership momentanea del capo di turno. Un tema che -visto lo stato che sta attraversando- meriterebbe una riflessione compiuta da parte della sinistra europea, soprattutto di quella -nella quale mi ritrovo- che non ritiene sia il futuro l'approdo ai modelli novecenteschi di Corbyn o movimentisti di Tsipras. 

 

LEGGE PICCOLI COMUNI: BATTUTE FINALI

Siamo alle battute finali della legge sui piccoli comuni, approdata -finalmente- nell'aula del Senato. Rimando scaramanticamente i commenti a quando, spero presto, potremo registrare la sua definitiva approvazione. Faccio solo una piccola chiosa. L'Italia è il paese delle cento città e dei mille campanili, all'ombra dei quali in questi anni -nei silenzio dei media e nella distrazione della "grande" politica- la grande crisi è stata attraversata e attutita facendo appello alle reti familiari, alla sussidiarietà, alla presenza degli enti locali, alla vitalità del terzo settore. La crisi, insomma, è atterrata sui territori italiani trovando un "materasso" che ne ha attutito l'impatto e la devastante azione in una rete solidale e comunitaria di strutture e istituzioni verso le quali lo Stato si è mostrato, nella migliore delle ipotesi, distratto, quando non -si veda alla voce azzeramento Fondo Montagna di Berlusconi e Monti ma anche, oggettivamente, alla questione province di questa legislatura- dannoso. Questa legge, al di là dei contenuti sui quali potremo discutere, porta con sè un dato indiscutibile: per la prima volta lo Stato riconosce l'importanza delle comunità che vivono nei piccoli comuni, si vincola a garantire servizi ed investimenti e porta attenzione alla peculiarità con la quale queste comunità si sono organizzate. A mio avviso, questo risultato è di gran lunga quello più importante, perchè è culturale e politico al tempo stesso. Abbiamo sui territori uno straordinario "capitale sociale", che rischiava di perdersi nell'incrocio tra la grande crisi e la tecnicizzazione delle risposte, tutte concentrate sulla logica dei numeri e mai su quella delle idee. Abbiamo invertito la rotta. Ed ora speriamo di arrivare in porto!

 

OSSOLA E CONCESSIONI IDROELETTRICHE

In queste ore mi arriva la notizia della vittoria in Cassazione di un ricorso che facemmo, nel 2011, contro il rinnovo automatico della grande derivazione idroelettrica della ex Sisma sul torrente Isorno a Montecrestese. E' stato sancito un principio fondamentale: l'acqua è un bene comune, e quando la si impiega ai fini produttivi, una percentuale dello sfruttamento deve restare al territorio di produzione, e quindi il miglior modo per attuare ciò è una procedura pubblica di concorrenza in cui i criteri della compensazione ambientale e territoriale siano tra i criteri di assegnazione. Quando lo proposi alla Provincia, allora guidata dal centrodestra di Massimo Nobili, insieme con altri amministratori (anche dello stesso centrodestra) venimmo sbeffeggiati, e si preferì regalare -gratis et amore Deo- un rinnovo della concessione a chi nel frattempo aveva chiuso la Sisma, lasciato disoccupazione e rottami sul territorio e pensava solo a capitalizzare per sè le centrali realizzate coi soldi dello Stato (visto che la Sisma transitò nelle Partecipazioni Statali fino al 1990). Ora ci sono -magari utilizzando i contenuti del mio emendamento in tal senso sulla legge per l'acqua pubblica- tutte le condizioni per riprendere in mano il tema, evitando lo sport del regalo occasionale delle concessioni idroelettriche da troppi anni invalso. Peccato aver speso così tanti anni, ma almeno è chiaro chi ha fatto le battaglie per il territorio e chi no. Ed ora riprendiamo, anche in questo caso, il cammino. Il tema della "Green Valley" contenuto nella Strategia dell'area pilota dell'Ossola nella Strategia delle aree interne potrebbe essere il campo giusto.

 

Buona settimana a tutti,

 

Enrico 

Enrico Borghi
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