Tra banche, pil e povertà: serve la politica!

Roma -

E' stata la settimana delle statistiche. Che denotano un quadro complicato, a tinte articolate, che una forza di governo e di riforma come il Pd a mio avviso sbaglierebbe a derubricare all'insegna di un ottimismo di maniera.

Ma cosa ci dicono i dati? Quelli macroeconomici, diffusi dalla Banca d'Italia ci dicono che stiamo crescendo, anche più di quanto immaginato. Secondo Palazzo Koch, la crescita del Prodotto Interno Lordo è proseguita per tutti i mesi primaverili, con ripercussioni positive sull'occupazione che sembrerebbe aver superato la fase critica della fine degli incentivi del Job Act, un aumento costante delle esportazioni e una ripresa del valore aggiunto soprattutto nel manifatturiero, nell'industria e nei servizi. Rivedendo al rialzo la stima fatta a gennaio, la Banca d'Italia ha stimato un aumento del PIL su base annua dell' 1,4%, con un tendenziale analogo negli anni successivi (1,3% nel 2018; 1,2% nel 2019). Se si considera da dove eravamo partiti all'inizio di questa tormentata legislatura, non vi è dubbio che il percorso è stato estremamente positivo. Nel 2013 L'Italia era in piena recessione. il Pil era in calo per il secondo anno consecutivo, e nel giro di due anni aveva registrato un segno negativo di quasi il 5%, con un raddoppio della disoccupazione, passata al 13% in cinque anni di governo Berlusconi, con una disoccupazione giovanile stellare al 45%.

In questi anni tutti gli indici negativi sono diminuiti, e quelli positivi sono tornati a salire.

Tutto bene, dunque? So bene che i manuali della propaganda e della comunicazione mi consiglierebbero di attestarmi su questo livello, e cantare il peana delle magnifiche e progressive sorti dei governi di centrosinistra che hanno conseguito questi risultati.

Intendiamoci: vi è certamente del merito del Pd e dei governi che si succeduti, perchè nulla accade a caso. Dal risanamento economico-finanziario di Letta, alla spinta propulsiva di Renzi fino alla prosecuzione di Gentiloni, si sono sviluppati tutti i presupposti affinchè oggi potessimo aggiornare in meglio i bollettini economici. Ed ha ragione Renzi quando, in polemica con Monti, sostiene che la politica dell'austerity in Italia ha congelato le opportunità sociali, mentre la politica espansiva seguita successivamente ha sbloccato le energie positive dell'economia italiana, generando più investimenti e più occupazione.

Ma fare politica è cosa diversa dalla propaganda. E' analisi e comprensione della realtà, anzitutto, per poi elaborare risposte e soluzioni ai problemi. e dentro la fotografia dell'esistente, dobbiamo a mio avviso guardare con altrettanta attenzione ad altri due indici statistici usciti in settimana. 

L'Istat, ad esempio, ci ha detto che esiste una emergenza povertà in Italia, della quale dobbiamo prendere atto. Per la prima volta nel nostro paese, ci sono milioni di persone che vivono sulla soglia della povertà estrema.  Ci sono vecchie e nuove povertà e il rischio è di arrivare sempre in ritardo, per alleviare la situazione, quando invece servirebbero soluzioni stabili. Abbiamo fatto molto (si pensi all'istituzione del Fondo per il contrasto alla povert, con 1,2 miliardi per quest'anno e 1.7 miliardi per il 2018). Ma dobbiamo proseguire, rilanciare e rafforzare la nostra azione. 

Pensiamo ad esempio al tema  degli anziani. Con l'allungamento della vita e il venir meno di protezioni sociali, si allunga la lista di coloro che non sono più sufficientemente tutelati. Cresce il loro numero nelle mense dei poveri, e non soltanto a motivo di quella povertà “relazionaleˮ che è la solitudine, ma per veri e propri motivi economici. Per non parlare delle medicine, quelle non coperte che richiedono il pagamento di ticket. 

Così come colpisce la progressiva scomparsa della "classe media", che scivola verso la povertà mentre i livelli di reddito delle fasce più abbienti si rafforzano. A mio avviso dobbiamo preoccuparci di  questa povertà diffusa, che rischia di prepara una condizione peggiore per il futuro se la politica non avrà la capacità di mettere in campo politiche di redistribuzione. Ecco il punto, soprattutto per un partito come il Pd e una coalizione come il centrosinistra: mettere in cambio una nuova politica dei redditi, che sappia accorciare la forbice della distanza tra ricchi e poveri e non allargarla.

Riflettiamo su un dato: la forbice dei redditi, negli anni '50 e nella Fiat di Valletta, era di 1 a 40. Ovvero, per avere la retribuzione del più alto dirigente della Fiat, dovevi moltiplicare per 40 il reddito del dipendente a più basso salario. Oggi, nell'era Marchionne, la forbice è salita fino a livello di 1 a 1400! Il tema delle diseguaglianze e delle povertà rischia di essere esplosivo, se unito ai temi dell'immigrazione e della disoccupazione, a maggior ragione se la ripresa economica si consolida e dà luogo a un ulteriore allargamento della forbice che non possiamo permetterci. In molte parti d'italia, la protezione familiare è quella che oggi permette, in certe situazioni, di andare avanti, grazie alla pensione del nonno o della nonna. C'è bisogno di sostenere le famiglie, di politiche a sostegno della natalità, di maggiore sicurezza e minore precarietà. Positivo in questo senso i bonus mamma e asilo nido che hanno visto esaurirsi delle domande. Ma dobbiamo rendere queste risposte strutturali, e non legate al contingente. Servono risposte a lungo termine, al di là delle convenienze immediate o delle divisioni partitiche. Questo, a mio avviso, dovremmo fare. Altrimenti rischiamo che si scatenino guerre tra poveri (ad esempio tra italiani impoveriti che sono i primi ad essere spaventati dagli immigrati, perchè si vedono insediati nella loro posizione sulla scala sociale),e anche guerre tra generazioni (con padri che possono essere indotti a mangiarsi le risorse dei figli). Terreni di coltura delle vecchie e nuove destre!

 E a proposito di figli: le statistiche diffuse in  settimana (in questo caso l'indagine 2017 sull'occupazione e sugli sviluppi sociali in Europa (Esde) pubblicata  dalla Commissione Europea) ci dicono anche che quasi un giovane su cinque in Italia, nella fascia tra 15 e 24 anni, non ha , nè cerca un lavoro né è impegnato in un percorso di studi o di formazione. Si tratta dei cosiddetti " Neet" e il nostro Paese vanta uno dei tassi più alti d'Europa: 19,9% contro una media nel Continente dell'11,5%.

Lo studio rileva inoltre come l'Italia sia anche il Paese dove il numero di lavoratori autonomi è fra i più alti d'Europa (più del 22,6%),la differenza fra uomini e donne che lavorano è al 20,1%, e conferma come il numero di persone che vivono in condizioni di povertà estrema (11,9%) sia aumentato fra 2015 e 2016, unico caso in Ue con Estonia e Romania.

Insomma, si pone un grande tema di giustizia, e una responsabilità forte per la politica, che ha il compito di concretizzare questa equità tra territori, ceti sociali, generazioni. Non possiamo limitarci ad assecondare il flusso che sale dai mercati, perchè come ci insegnano gli economisti classici, i mercati per loro natura sono oligopolistici e producono darwinismo sociale. Ovvero, ingiustizie. Se vogliamo evitare l'insediamento di un meccanismo sociale tipico del peronismo sudamericano, dove i ricchi sono sempre più ricchi e alimentano lo scontro sociale dentro le fasce popolari per alimentare il consenso su politiche di conservazione, dobbiamo assolutamente porci il problema di un nuovo modello sociale e di una nuova politica dei redditi.

Se la politica è ricerca delle soluzioni condivise e capacità di trovare soluzioni, dentro un quadro di valori, allora dobbiamo continuare nell'opera con ancora più slancio e determinazione. Sapendo che il lavoro fatto sin qui ha prodotto risultati importanti, ma che gli stessi da soli non bastano. Non possiamo parlare solo di banche e di Pil, se non ci poniamo il problema di come le conseguenze di questi aspetti macroeconomici atterrano nella vita quotidiana delle nostre comunità, alle quali dobbiamo far comprendere il senso di una politica inclusiva e di una volontà ad interrompere e invertire il meccanismo politico-sociale che ha prodotto la crisi del 2008, e non ad ereditarlo.

"Se togliamo il perseguimento della giustizia -scriveva Sant'Agostino- cosa distingue lo Stato da una banda di briganti?".

Eccola  qui  la responsabilità della politica, che per questo non deve essere  populista, sostituendo i progetti agli slogan, la visione ai sondaggi. e la concretezza alla comunicazione. Il populismo non risolve il problemi, ma li enfatizza a fini di raccolta del consenso elettorale, lasciando sul terreno ogni volta qualche maceria in più. A noi spetta il compito di uno spartito diverso,  e alternativo. Bene dunque la crescita del Pil e dei posti di lavoro, ma non attardiamoci all'autocompiacimento. Rilanciamo il modello di una nuova equità (dentro il quale c'è la sostituzione con concetto di "Prodotto Interno Lordo" con quello di "Benessere Equo e Sostenibile"),con una grande idea politica di futuro. Perchè senza la politica, non potrà esserci giustizia.

Enrico Borghi
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