Veneto banca: salvare il risparmio, tutelare l’occupazione

Roma -

E’ stata la settimana, cruciale e decisiva, per il salvataggio di Veneto Banca e della Banca Popolare di Vicenza.

Le vicende sono note: dopo un fine settimana di lunghe trattative, domenica il governo ha emanato un decreto che ha consentito la liquidazione delle due banche, il trasferimento dei loro rapporti creditizi in bonis a Banca Intesa, l’acquisizione dalla liquidazione da parte dello Stato di 5 miliardi di crediti deteriorati giù svalutati.

Un’operazione che ha consentito di evitare il tracollo dei due istituti, e il travaso dentro il perimetro di Banca Intesa anche di quel che una volta era la Banca Popolare di Intra. Un salvataggio pubblico, insomma, non nuovo né nella storia del nostro Paese ( in tempi non lontani si fece lo stesso per il Banco di Napoli, in tempi recenti per il Monte dei Paschi di Siena),né nell’esperienza europea (tanto per capirci, Berlino ha speso 140 miliardi di euro negli anni scorsi per mettere in sicurezza le banche tedesche, quando in Italia dicevamo che tutto andava bene madama la marchesa e i ristoranti erano pieni!).

Si sono alzate critiche sia dagli ultraliberisti, che hanno arricciato il naso di fronte all’intervento dello Stato nell’economia, sia dei populisti, che hanno accusato il governo di voler fare un servizio ai capitalisti finanziari.

Nessuno, però, ha detto che cosa lo Stato avrebbe dovuto fare diversamente. O meglio: a dar retta a questi critici, lo Stato non avrebbe dovuto fare niente.

Il risultato sarebbe stato drammatico. Avremmo avuto la nostra Lehman Brotehrs italiana, con effetti immediati (licenziamento dei dipendenti, perdita del capitale per correntisti e obbligazionisti avanti a tutto) e indotti (una gelata improvvisa sulla ripresa economica in atto, visto che il credito per le imprese è come l’ossigeno per gli organismi viventi). Fra l’ignavia dello stare a guardare e il ritorno al passato della nazionalizzazione delle banche, il governo ha giustamente privilegiato un interventismo razionale, con un intervento di mercato che affida alla più importante banca italiana una storia di credito locale importante ed evitare di scaricare (come vorrebbero le vestali del turbo liberismo) il peso del risanamento su azionisti, obbligazionisti e in sostanza territori.

Come ho ricordato, in passato il salvataggio del Banco di Napoli fu fatto così. E dopo venti anni, lo Stato (che anche allora come oggi svolgeva funzioni di garanzia per evitare che le speculazioni finanziarie spolpassero l’istituto) ha recuperato tutti i crediti. E’ cioè che può tranquillamente avvenire anche con le ex popolari venete, finalmente liberate dal giogo di una governance e di un management che le ha portate in queste condizioni.

Senza questo intervento, ci sarebbe stato solo lo scenario drammatico della liquidazione, e l’applicazione del cosiddetto “bail-in” che avrebbe posto sul capo dei privati obbligazionisti e azionisti delle banche dissestate il peso del risanamento. Una autentica mazzata, che è stata evitata.

Occorre proseguire ora su questa strada, tutelando il risparmio e salvaguardando l’occupazione. Sotto questo aspetto vi sono due garanzie importanti: correntisti, depositanti e obbligazionisti senior sono stati tutti tutelati, assicurando la contempo la piena operatività bancaria senza scossoni, e non ci saranno licenziamenti, ma provvedimenti di “accompagnamento” alla pensione nel percorso di razionalizzazione interno.

Ora,naturalmente, si aprono due capitoli.

Il primo è quello delle responsabilità. Sono di queste ore le azioni della magistratura nei confronti dei ex vertici di Veneto Banca, e su questo non ci sono da esprimere giudizi ma di osservare come la giustizia farà il proprio corso, soprattutto per consentire il recupero del capitale per quegli azionisti frodati ai quali si faceva credito solo in cambio di acquisto di azioni a prezzi irrealistici e gonfiati in maniera oggi acclarata in maniera illegittima. Ed è proprio di questa settimana il varo definitivo da parte della Camera, dopo la specifica mozione del Pd approvata lo scorso 11 gennaio, della istituzione della Commissione Parlamentare di inchiesta sulla vicenda delle banche italiane per una maggiore tutela dei risparmiatori coinvolti nelle crisi bancarie.

Il secondo è quello di recupero di credibilità del sistema. Andrà ricostruita la qualità delle relazioni tra i risparmiatori e le banche, perché le perdite per i soci (e in parte per gli obbligazionisti) restano e resteranno brucianti, nonostante gli eventuali modelli antidolorifici stile Mps sui bond subordinati. Il tessuto economico dei nostri territori, così colpito da questa vicenda, è fatto di piccole e medie imprese, di famiglie e professionisti ai quali il sistema deve offrire regole chiare, dopo anni di incertezze a tratti anche drammatica. Come ricordava Keynes nella sua Teoria Generale, “la saggezza del mondo insegna che è cosa migliore per la reputazione fallire in modo convenzionale anziché riuscite in modo anticonvenzionale”.

I nostri territori sono abituati a rimboccarsi le maniche, metter giù al testa e ripartire. Lo hanno fatto tante volte. E riusciranno a farcela anche stavolta, se verrà ripristinata quella fiducia dentro un quadro di regole certe. Intesa San Paolo e il Ministero del Tesoro hanno ora la responsabilità di continuare a procedere nella direzione intrapresa, per ricostituire il vero capitale, quello reputazionale, dentro un quadro di trasparenza e chiarezza finora mancata. Una sfida importante, che se verrà vinta potremo dire sarà vinta per l’intero Paese partendo dalla sua periferia.

Elezioni comunali

Lo spazio della newsletter si è consumato sulla vicenda di Veneto Banca, ma due parole su Omegna vorrei dirle (rimandando la riflessione più generale). Intanto, un pensiero ed un abbraccio a Maurizio Frisone, che ha combattuto in una situazione oggettivamente difficile. E poi, una riflessione: è difficile vincere le elezioni se ci si presenta con un bagaglio amministrativo fatto di tensioni e rotture (Vicenda Pronto Soccorso e Bando Fondazione Cariplo su tutti) e con bagaglio politico fatto di divisioni (il centrosinistra omegnese si è diviso in tre candidati e mezzo…). Il dentifricio nel tubetto non rientra più, quando lo si è fatto uscire. Stesse caratteristiche valgono per Borgomanero, dove anche qui la divisione del centrosinistra ha spalancato le praterie alla destra in virtù dell’astensionismo del nostro elettorato. Sono lezioni da trarre, per il futuro.

Buona settimana a tutti

Enrico

Enrico Borghi
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