La serata di inaugurazione che ha restituito la luce alla Collegiata di Domodossola non è stata soltanto un evento emozionante per la città, ma anche l’occasione per entrare nel cuore del grande progetto di restauro che sta riportando alla piena leggibilità uno dei cicli pittorici più significativi dell’Ossola: gli affreschi dell'artista Lorenzo Peretti.
Dopo l’accensione delle luci, che ha lasciato il pubblico visibilmente emozionato, la parola è passata ai protagonisti del cantiere e agli studiosi che da anni approfondiscono la figura dell’artista vigezzino.
A raccontare il percorso è stato Gianpaolo Prola, direttore dei lavori, che ha parlato di un’esperienza professionale diventata anche personale:
“In questi mesi ho percepito un sentimento di affetto verso questo luogo. Finalmente questa sera tutto si svela e possiamo ammirare il risultato di tanti mesi di impegno”.
Prola ha ricordato come questa inaugurazione rappresenti una nuova tappa di un percorso già articolato in più lotti:
“È il terzo appuntamento in Collegiata per festeggiare una fase del progetto. Nel 2022 abbiamo restaurato l’abside, poi il battistero, poi l’altare di San Giuseppe e del Sacro Cuore: ogni volta sono emerse novità”.
Il direttore dei lavori ha sottolineato che l’intervento sulle volte affrescate rappresenta probabilmente il passaggio più prestigioso del cantiere:
“Le inaugurazioni hanno sempre creato un sentimento di devozione, ma quello di questa sera è il lavoro di maggiore bellezza e prestigio. Quel senso di buio lascia spazio a sensazioni diverse, di luce”.
Il cantiere però non è concluso. Tra i prossimi interventi più delicati è previsto un altro lotto fondamentale: la manutenzione straordinaria della copertura, indispensabile per garantire la tutela dell’intero complesso.
“C’è ancora tanto lavoro – ha spiegato – pensiamo di terminare le opere entro l’estate 2027. Fino ad allora dovremo tollerare il cantiere. Nei nostri progetti, dopo l’estate l’impalcatura sarà smontata e rimontata dalla parte opposta”.
Prola ha ringraziato anche le imprese e le professionalità che stanno operando nel recupero: la ditta Iris Restauri, Tecno Costruzioni come capofila e Carlo Lorenzone per l’illuminazione artistica, oltre alla Sovrintendenza, che
“ha seguito passo passo ogni fase del restauro, fornendo precise indicazioni durante i lavori”.
È intervenuta poi Benedetta Brison, funzionario della Sovrintendenza, che ha definito il progetto un’opera complessa, e ha ripercorso le origini del cantiere:
“È un’avventura iniziata nel 2021, quando è partito l’intervento sulla facciata esterna. Poi ci siamo spostati all’interno”.
Brison ha chiarito il senso del lavoro di tutela:
“Il restauro non riporta all’antico splendore, ma rinnova l’antico splendore rispettandone la storia. La storia deve continuare ad essere percepita. Come le persone, anche le opere d’arte devono essere aiutate ad invecchiare nel migliore dei modi”.
Tra le difficoltà maggiori, la scelta cromatica e il recupero delle tonalità originarie dopo le trasformazioni del Novecento:
“Nel ’900 c’era stato uno stravolgimento che aveva reso tutto più buio, oltre allo sporco. Abbiamo dovuto cercare i toni originali, trovando tracce delle tinte”.
Sul lavoro pittorico di Peretti, invece, la notizia è stata positiva:
“L’intervento sui dipinti è stato il più semplice, perché la materia pittorica era ben conservata. Quello che vedete è il dipinto originale. Tolto lo sporco, le lacune sono state integrate con un tono grigio neutro”.
Brison ha poi ricordato anche il sostegno economico statale, che arriva in parte a fine lavori e rappresenta uno stimolo per continuare:
“È un contributo che incentiva la comunità locale a fare uno sforzo economico e consente alla proprietà di reinvestire risorse. È già tornata una parte di fondi, circa 100mila euro, che saranno reinvestiti per proseguire”.
E infine un invito rivolto alla cittadinanza:
“Gli edifici pubblici devono essere considerati come un’estensione della nostra casa. Dobbiamo entrare in Collegiata e capire che questo luogo è stato curato e amato”.
A completare la serata è stato l’intervento del dottor Federico Troletti, curatore museale e profondo conoscitore del Peretti, che ha guidato il pubblico in una lettura artistica e iconografica delle volte.
“Alcune cose si vedono solo dall’alto” ha detto, spiegando come l’opera sia pensata per essere osservata nella sua interezza, a distanza, con un colpo d’occhio complessivo. Quando Peretti arrivò a Domodossola, nel 1831, trovò le cupole bianche e si trovò di fronte a una grande opportunità:
“Qui arrivò a 57 anni ed era all’apice della propria carriera - ha spiegato - Realizza quest’opera proprio nel momento più alto”.
Troletti ha ricordato anche la formazione dell’artista: un vigezzino “figlio d’arte”, cresciuto nella bottega del padre e poi trasferitosi a Torino, dove studiò all’Accademia di Belle Arti. Una formazione che lasciò un’impronta evidente:
“In Peretti resta sempre un’impronta settecentesca. Lui opera nel periodo neoclassico, ma guarda anche al barocco”.
Non solo pittore: Peretti fu anche restauratore e lavorò persino per la casa reale. Una competenza tecnica che si riflette nella qualità dell’opera:
“L’intonaco ha un’ottima presa. Lavora velocissimo, di getto”.
E aggiunge un dettaglio curioso:
“Gli affreschi delle volte vanno guardati da lontano, perché da vicino alcuni volti risultano abbozzati”.
Nei musei ossolani è conservato anche un disegno dell’artista:
“Abbiamo un ovale di cinque anni dopo. Come disegnatore è bravissimo, con una freschezza e una naturalezza incredibile”.
Per quanto riguarda lo stile, Troletti lo colloca in un barocco tardivo, sottolineando come il restauro abbia evidenziato la vitalità cromatica e la sorprendente freschezza della pittura.
L’intervento di Troletti ha permesso anche di comprendere meglio l’impianto iconografico, che accompagna lo sguardo dal presbiterio verso l’uscita e costruisce un vero percorso narrativo.
Ogni cupola propone un tema e una presenza simbolica diversa, dalla Trinità ai santi fino ai santi patroni Gervaso e Protaso.
Non mancano virtù e santi legati al tema della prudenza, in un insieme tutt’altro che casuale:
“L’impianto iconografico non è scontato. Peretti organizza le diverse figure con grande intelligenza. Recupera sagome, inserisce santi ossolani e li dispone insieme agli angeli”.
La serata inaugurale ha dunque raccontato non solo il risultato visibile del restauro, ma anche il metodo, le scelte e il lavoro corale che lo sostiene. La luce nuova, accesa davanti a una chiesa gremita, è diventata il simbolo di una trasformazione già evidente: la Collegiata sta uscendo dal buio non soltanto dal punto di vista materiale, ma anche culturale.