L'esito del referendum conferma alcune dinamiche da tempo avanzate nel nostro territorio: la diversità di comportamenti tra centri urbani e zone rurali, e il complessivo sostegno dell'Alto Piemonte alle ragioni del centrodestra.
E' la riflessione che compie il senatore Enrico Borghi, vicepresidente di Italia Viva, nella sua consueta rubrica "Note Rocciose" che tiene quindicinalmente sulle pagine della Stampa Diocesana Novarese.
" Il referendum costituzionale sulla giustizia, che ha caratterizzato queste settimane di dibattito nazionale e che rappresenta a tutti gli effetti uno spartiacque della legislatura -scrive Borghi- ci fotografa anche una dinamica politica nel territorio "gaudenziano" che fa emergere una serie di conferme e porta a qualche riflessione.
Anzitutto, le tre province (VCO, Novara e Vercelli) si sono collocate in via maggioritaria per il "SÌ" alla riforma della giustizia (con dinamiche praticamente uguali tra il 53,97% del VCO e il 53,47 del Novarese, mentre Vercelli e Valsesia fanno toccare al SI il 55,75%). E dentro nel voto, i capoluoghi di Novara e Verbania hanno visto la prevalenza del NO (51,95% sotto la cupola dell'Antonelli, 51,89% sulle sponde del Lago Maggiore), mentre i centri principali hanno mostrato una dinamica tradizionalmente in linea con le loro inclinazioni politiche: a Omegna il NO si afferma con il 52,43%, mentre il SI vince a Borgomanero (54,66%), Borgosesia (55,6%), Varallo (56,69), Domodossola (54,14%). Sorprende, ma fino ad un certo punto, la vittoria del SI a Villadossola (51,84) a riprova che l'ex centro siderurgico ossolano ormai è uscito dalla sua condizione di antica "zona rossa".
A questo livello Borghi entra nel merito dell'analisi:
"Si delineano, anzi si confermano, nel voto referendario sul nostro territorio, almeno due tendenze chiare.
La prima è la conferma della dinamica dicotomica tra aree cittadine e aree rurali, che si riflette spesso anche nel voto tra centrosinistra (che si afferma nelle prime) e centrodestra (maggioritario nelle seconde). Il voto di domenica e lunedì conferma quella che i sociologi descrivono come "frattura urbano-rurale", nella quale i ceti più provinciali e periferici si riscoprono identitariamente, tradizionalmente e politicamente più affini alle proposte che emergono dal versante conservatore e reazionario piuttosto che da quello progressista e riformatore.
La seconda è la ratifica della affinità nel comportamento elettorale tra il territorio gaudenziano e quello lombardo-veneto, frutto di una stratificazione storica, economica e sociale che ha trasformato radicalmente la geografia politica in queste aree negli ultimi trent'anni. Lo spostamento di lavoratori tradizionali in molti insediamenti ex industriali del Nord (un tempo roccaforti della sinistra operaia) da sinistra verso destra, unito ad una proposta politica che coniuga la tutela dell'economia produttiva locale con una narrazione di sicurezza e difesa dell'identità territoriale hanno sin qui assicurato alla destra una sorta di rendita di posizione permanente che si è riverberata anche in questo voto referendario."
Con una conclusione che chiama in causa tutti gli schieramenti:
"Però ora si pongono due snodi, sia a destra come a sinistra. A destra il combinato disposto tra la sconfitta a livello nazionale e la crisi identitaria profonda della Lega (scriviamo nella settimana successiva ai funerali di Bossi a Pontida che sono stati qualcosa di emblematico da questo punto di vista) rischia di produrre afonia che si riverbera già sulla qualità dell'azione amministrativa territoriale (esempio più clamoroso di tutti la superstrada ossolana, che dovrebbe essere un tappetino nuovo visti i voti raccolti dalla Lega nelle valli e il fatto che tutta la filiera dei lavori pubblici è in mano leghista, e invece sembra un'arteria da terzo mondo). Il secondo è se ci sarà la capacità del centrosinistra di capire come tornare a dialogare con l'antropologia di territori che non accettano un'agenda solo cosmopolita e urbana, ma richiedono ascolto ad istanze diverse. Dal 1994 in poi, solo due volte avvenne: nel 2013, quando alle politiche il Pd nel VCO diventò il primo partito anche a seguito del drenaggio di voti da parte di Monti e 5 Stelle all'allora Pdl, e nel 2014 quando il "ciclone Renzi" portò il Pd ad essere -unica volta nella sua storia- forza maggioritaria in tutte le province piemontesi. Vedremo cosa ci porterà il futuro."