Tra pensionamenti annunciati e silenzi istituzionali, la Valle Vigezzo chiede risposte concrete alla regione e all'Asl Vco. Dal prossimo 1° ottobre circa 3.500 cittadini della Valle Vigezzo rischiano di ritrovarsi senza il proprio medico di famiglia a seguito del pensionamento dei dottori Salvatore Signorino e Mauro Macedone. Una situazione che ha portato gli amministratori della Valle Vigezzo, a chiedere un incontro urgente all'Asl Vco per individuare una soluzione concreta e stabile.
“La preoccupazione è più che fondata - si legge in una nota della coalizione di centrosinistra del Vco -. Parliamo di un territorio montano, con comuni distribuiti lungo una valle che presenta inevitabili difficoltà di collegamento e una popolazione caratterizzata da una significativa presenza di persone anziane e fragili. Per molti cittadini il medico di famiglia non rappresenta soltanto un servizio sanitario, ma un presidio essenziale di prossimità. In un sistema sanitario che funziona, probabilmente non sarebbe nemmeno necessario che il Presidente dell'Unione Montana si trovasse costretto a sollecitare interventi straordinari. Il pensionamento dei medici non è un evento imprevedibile: le istituzioni regionali e sanitarie conoscono da tempo le date di cessazione dell'attività dei professionisti e dovrebbero poter programmare per tempo il ricambio, soprattutto in territori particolarmente delicati come quelli montani”.
Proseguono dal centrosinistra: “E la regione, in tutto questo — in qualità di principale azionista del sistema sanitario — è stata informata? Viene davvero coinvolta nelle criticità che colpiscono i territori periferici e disagiati come il nostro, o resta un interlocutore distante dalle difficoltà quotidiane di chi vive in montagna?
L'impressione che emerge oggi è quella di una macchina che rincorre l'emergenza invece di prevenirla. Ai cittadini viene prospettata la possibilità di rivolgersi a strutture situate fuori valle o a servizi temporanei già sotto pressione. Ma è davvero pensabile chiedere a persone malate, anziane o con difficoltà di spostamento di raggiungere la Casa della Salute di Crevoladossola o altri ambulatori del fondovalle per ogni necessità sanitaria? La risposta appare evidente. Chi vive in montagna ha gli stessi diritti di chi vive nei centri urbani. L'accesso alle cure non può dipendere dalla disponibilità di un familiare che accompagni il paziente o dalla possibilità di affrontare chilometri di strada per una visita, una prescrizione o un controllo. Ancora più incomprensibile appare la situazione considerando che in Valle Vigezzo esistono già strutture e spazi che potrebbero ospitare un presidio sanitario territoriale. La richiesta che arriva dagli amministratori locali e dai cittadini non è quella di un privilegio, ma di una soluzione organizzativa che mantenga sul territorio un punto di riferimento medico stabile e accessibile. A maggior ragione appare legittimo chiedersi perché non siano state valutate con maggiore decisione anche le opportunità offerte dalla telemedicina. A Cannobio è stato recentemente attivato un ambulatorio che consente di effettuare visite e consulti specialistici a distanza, evitando ai pazienti spostamenti spesso difficili o onerosi. Una soluzione che avrebbe potuto essere presa in considerazione anche per la Valle Vigezzo, soprattutto alla luce del fatto che la tecnologia necessaria è già utilizzata all'interno dell'Asl in diversi ambiti, dalla Stroke Unit alla pediatria fino ai programmi di dialisi domiciliare. Strumenti che esistono e funzionano già potrebbero contribuire a garantire continuità assistenziale e vicinanza ai cittadini, in attesa di una soluzione definitiva per la medicina di famiglia”.
“Negli ultimi anni - si legge ancora nella nota - la carenza di medici di medicina generale è diventata un problema nazionale. Pensionamenti, difficoltà nel reperire nuovi professionisti e scarsa attrattività della professione hanno progressivamente indebolito la rete dell'assistenza territoriale. Tuttavia, proprio per questo motivo, le istituzioni dovrebbero mettere in campo strumenti straordinari per le aree più periferiche e disagiate, evitando che siano sempre i territori montani a pagare il prezzo più alto. La sanità pubblica rischia altrimenti di alimentare un circolo vizioso fatto di immobilismo e rassegnazione. Quando vengono meno i servizi essenziali, le comunità montane perdono attrattività, aumentano le difficoltà per i residenti e cresce il senso di abbandono da parte dello Stato. La vicenda della Valle Vigezzo non riguarda soltanto 3.500 pazienti. È il simbolo di una domanda più ampia: quale futuro si vuole garantire ai territori montani? Se davvero si vuole contrastare lo spopolamento e difendere la vita nelle vallate alpine, la presenza di servizi sanitari efficienti e vicini ai cittadini deve essere considerata una priorità assoluta. Oggi più che mai servono risposte rapide, concrete e responsabili. Perché la salute non può essere un privilegio riservato a chi vive vicino ai grandi centri. Deve essere un diritto garantito a tutti, anche a chi ha scelto di vivere e continuare a presidiare le montagne”.