Attualità - 27 maggio 2024, 13:51

Beatificazione don Giuseppe Rossi, cardinal Semeraro: "L'accettazione delle sofferenze per amore di Cristo fa il martire"

Il prefetto del dicastero per le cause dei Santi ha ricordato la figura del parroco di Castiglione nella sua omelia durante le celebrazioni avvenute il 26 maggio a Novara

Beatificazione don Giuseppe Rossi, cardinal Semeraro: "L'accettazione delle sofferenze per amore di Cristo fa il martire"

Nella giornata del 26 maggio, nella basilica di Novara, si sono tenute le celebrazioni per la beatificazione di don Giuseppe Rossi. A officiare il rito il cardinale Marcello Semeraro, prefetto del dicastero per le cause dei Santi, in rappresentanza di Papa Francesco. Ed è stato lui a tenere l’omelia: “La Chiesa di Novara ha atteso questo giorno e oggi lo vive nella gioia di vedere glorificato come Beato un suo figlio, un suo «umile prete, esemplare per la vita di preghiera e per il suo generoso servizio…icona di un parroco martire…modello per tutto il popolo di Dio, e in particolare per noi sacerdoti e per i laici che svolgono un ministero a servizio della Chiesa».

''Sono le parole con le quali il vostro Vescovo, il mio carissimo fratello Franco Giulio Brambilla, ha annunciato, nel dicembre scorso, la decisione del Papa di fare promulgare il Decreto di martirio del Servo di Dio Giuseppe Rossi, il quale «non esitò a immolare la sua giovane vita» per il gregge a lui affidato”, ha esordito il cardinale. Che ha aggiunto: “C’è, in questa «immolazione», la sua propria e personale imitazione di Cristo, al quale già era stato incorporato con il Santo Battesimo e poi configurato con il sacramento dell’Ordine Sacro. Una volta papa Francesco ha detto che i santi sono «persone attraversate da Dio» alla maniera delle «vetrate delle chiese, che fanno entrare la luce in diverse tonalità di colore. I santi sono nostri fratelli e sorelle che hanno accolto la luce di Dio nel loro cuore e l’hanno trasmessa al mondo, ciascuno secondo la propria “tonalità”. Il beato Giuseppe Rossi lo ha fatto come trasparenza del Christus patiens”.

“Il nostro somigliare a Cristo, donatoci nel Battesimo, non può essere qualcosa di parziale o di provvisorio, ma deve essere totale. Nel martire, poi, questa imitazione diventa perfino corporale. Ma è proprio l’accettazione delle sofferenze per amore di Cristo, al fine di somigliargli in tutto che fa il martire”, ha detto cardinal Semeraro. “San Tommaso d’Aquino insegna che, inverando le parole di Gesù: «Nessuno ha amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici», il martirio è nel suo genere il più perfetto tra gli atti umani ed è il segno della più ardente carità. Ciò che ha sofferto Cristo, soffre anche la Chiesa; ciò che ha sofferto il Capo, soffrono anche le membra, predicava sant’Agostino, e a questo don Giuseppe si è preparato fin dal principio del suo ministero”, ha proseguito il cardinale. “Nel giorno della sua ordinazione sacerdotale, il 29 giugno 1937, egli si sentì ripetere dal vescovo il classico binomio di sacerdote e vittima: «Non sarai mai un prete senza essere anche vittima per il sacrificio eucaristico». Questione non facile da comprendere”.

“Nella luce di Cristo – ha sottolineato Semeraro - anche del sacerdote si potrà dire che è sacerdos et hostia, sacerdote e vittima. Nella lettera inviata ai sacerdoti da Gerusalemme per il giovedì santo 2000 san Giovanni Paolo II scriveva: «Questo aspetto sacrificale segna profondamente l’Eucaristia, ed è insieme dimensione costitutiva del sacerdozio di Cristo e, in conseguenza, del nostro sacerdozio. Rileggiamo in questa luce le parole che ogni giorno pronunciamo, e che risuonarono per la prima volta proprio qui nel Cenacolo: “Prendete, e mangiatene tutti: questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi […] Prendete, e bevetene tutti: questo è il calice del mio Sangue per la nuova ed eterna Alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati”». C’è un passo dell’Agenda di don Giuseppe, scritto dopo cinque mesi di vita parrocchiale, dove leggiamo: «Mi getto disperatamente tra le braccia di Gesù, di cui devo seguire le orme verso la Croce, il Calvario. Si scatenano le bufere umane che paiono tutto travolgere: con Dio io sono oltre la grigia nuvolaglia delle passioni, nell’atmosfera serena dell’azzurro infinito, nella pace divina. Allora soffro con gioia perché unito al mio Dio sulla croce. Così io rivivo alla nuova vita che è nella morte del corpo. Comprendo le eroiche pazzie dei Santi nel cercare la croce, la sofferenza: erano anime assetate di vita, quella vita sgorgata dal sangue versato sul Golgota che è lavacro di tutte le colpe, che è un farmaco di tutte le ferite»”

“Sono parole da inquadrare, certo, nelle iniziali difficoltà d’impostare una azione pastorale nel nuovo contesto – ha concluso il cardinale nella sua omelia - ma al tempo stesso, però, esse ci rivelano una disposizione di fondo che maturerà fino alla notte del 26 febbraio 1945, facendo di lui, giorno dopo giorno, un parroco per tutti, un parroco per ciascuno e un parroco per i poveri, come ha scritto il vostro Vescovo. Questa via lo ha condotto a essere un parroco martire”.

l.b.

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