“Come vorrei essere un albero che sa dove nasce e dove morirà”. Con questo verso del brano “1947” di Sergio Endrigo il professor Massimo Gianoglio ha ricordato, nella sua orazione ufficiale, l’esodo giuliano-dalmata in occasione della cerimonia per il Giorno del Ricordo celebrata questa mattina a Domodossola.
Per il 10 febbraio, data in cui si ricorda la tragedia delle foibe, l’oratore ha voluto ricordare anche “l’altra parte di questa storia”: l’esodo di centinaia di migliaia - circa 350mila, stimano gli storici - di italiani costretti a lasciare la propria terra d’origine occupata, subito dopo la Seconda guerra mondiale, dall’esercito della Jugoslavia di Tito. Gianoglio ha dunque ricordato tutti quegli italiani, tra cui Linda Cossetto, sorella di Norma - diventata il simbolo della tragedia delle foibe - che tra il 1944 e il 1947 hanno lasciato l’Istria e la Dalmazia per raggiungere ogni parte dell’Italia e del mondo. Tra questi, ha ricordato l’oratore, “ci sono 31 famiglie di esuli che hanno trovato rifugio a Domodossola: alcune sono rimaste e oggi i loro discendenti sono nostri concittadini. L’accoglienza dei profughi, purtroppo, non è sempre stata positiva. Ma loro si sono rimboccati le maniche e hanno dimostrato, come si legge in alcune lettere da loro scritte all’allora sindaco di Domodossola, di potersi rimettere in piedi e ricominciare”.
Un racconto importante e sentito, quello del professor Gianoglio, che ha preso parte alla commemorazione insieme alle autorità civili, militari e religiose, alle associazioni, a numerosi cittadini e agli studenti delle scuole elementari, medie e superiori della città. Una presenza indispensabile, quella di bambini e ragazzi, come sottolineato anche dal sindaco Lucio Pizzi. “La partecipazione delle nuove generazioni ha sempre un significato fondamentale - le parole del primo cittadino -. Ricordare è un atto di giustizia morale, il riconoscimento di una sofferenza che ha colpito persone colpevoli soltanto di appartenere ad una comunità, ad una lingua, ad una cultura. Custodire la memoria significa non lasciare che il ricordi di quel dramma non si spenga, ma anche vigilare affinché ciò che è accaduto non si ripeta”.

















