Ultim'ora - 28 febbraio 2026, 20:18

Iran, cosa c'è dietro la decisione di Trump di attaccare: il retroscena

Iran, cosa c'è dietro la decisione di Trump di attaccare: il retroscena

(Adnkronos) -

Una campagna massiva contro l’Iran che andrà avanti per diversi giorni: è questo l’obiettivo del presidente Donald Trump, che ha lanciato un esplicito appello ai cittadini del Paese mediorientale affinché si liberino della loro leadership oppressiva. "Hanno rifiutato ogni opportunità di rinunciare alle loro ambizioni nucleari e non ne possiamo più", ha detto Trump per giustificare l’attacco. Dopo il suo discorso nella notte americana, non si prevede che il leader americano torni a parlare questo sabato, nonostante alcune indiscrezioni della stampa. Karoline Leavitt, la portavoce presidenziale, ha spiegato che il presidente ha monitorato la situazione nella residenza di Mar a Lago, Florida, insieme ai membri del suo team per la sicurezza nazionale, incluso il Segretario della Difesa Pete Hegseth.  

Prima dell’attacco, ha rivelato Leavitt, il Segretario di Stato Marco Rubio ha informato la "Gang of Eight", ovvero il piccolo gruppo bipartisan composto da otto membri di alto rango del Congresso, che solitamente viene informato dal potere esecutivo su questioni di intelligence delicate e classificate. “Il Presidente e il suo team per la sicurezza nazionale continueranno a monitorare attentamente la situazione”, ha scritto Leavitt. Tale discussione con la Gang, se confermata, potrebbe mettere a tacere le critiche di alcuni legislatori, soprattutto democratici, che accusano Trump di continuare ad agire senza passare prima attraverso il Congresso. Per quanto riguarda l’attacco del sabato, l’amministrazione Trump esclude che sarà una guerra lunga e parla di una missione – per lo meno nel lato americano – finalizzata principalmente ad annientare la capacità nucleare e balistica del paese.  

Allo stesso tempo, venerdì, Trump aveva riconosciuto il rischio di un conflitto prolungato: "Credo che si possa dire che c'è sempre un rischio. Sai, quando c'è una guerra, c'è un rischio in ogni cosa, nel bene e nel male". In un'intervista questa settimana, il vicepresidente JD Vance – che in precedenza aveva messo in guardia contro l'invio di truppe statunitensi in zone pericolose per scopi incerti – ha lasciato intendere che qualsiasi operazione in Iran non si tradurrebbe in un conflitto prolungato simile alle guerre in Iraq o in Afghanistan. Trump resta fiducioso che la sua operazione aerea possa portare con successo a un cambiamento nel governo iraniano, nonostante le grandi incertezze su cosa e chi potrebbe sostituirlo e i limitati esempi storici di come la sola potenza aerea abbia rovesciato il leader di un paese. In tutto ciò, il presidente americano non ha chiarito nel suo messaggio alla popolazione iraniana come i manifestanti e gli oppositori del governo possano rimuovere la leadership di Teheran.  

Al Washington Post, Trump ha semplicemente detto che la sua principale preoccupazione è la “libertà” del popolo iraniano. “Tutto ciò che voglio è la libertà per il popolo”, ha detto. Il generale americano in pensione David Petraeus, alla Cnn, esclude che ci saranno militari sul terreno in un'operazione Usa in Iran. “Certamente potremo avere qualche limitata presenza sul terreno o altri asset, ma sarebbe molto limitata e in zone sicure”, ha aggiunto Petraeus, che è stato anche direttore della Cia. 

Una fonte del Pentagono, consultata da Adnkronos, spiega che la decisione degli Stati Uniti e Israele di condurre l'attacco al mattino anziché durante la notte, e solo pochi giorni dopo i segnali positivi emersi nel processo diplomatico, sarebbe stata deliberatamente studiata per cogliere di sorpresa la leadership iraniana. Specie considerando che, lo scorso giugno, gli attacchi erano avvenuti nel cuore della notte.  

“E una decisione che ha colto di sorpresa tutti qui alla Casa Bianca”, spiega Sara Canals, corrispondente della radio spagnola Cadena Ser. “Tuttavia già ieri, quando ha parlato con noi giornalisti, si era potuta percepire una certa frustrazione nelle parole del presidente. Quasi una consapevolezza che gli iraniani non avrebbero mai rinunciato al proprio programma nucleare con le buone”.  

La sorpresa tattica sarebbe stata accentuata da un clima di consapevolezza che la diplomazia fosse ancora in gioco: questo venerdì, il ministro degli Esteri dell'Oman aveva dichiarato in un post sui social media che "un accordo di pace tra Stati Uniti e Iran è ora a portata di mano".  

Trump non ha mai esposto pubblicamente le sue ragioni a favore della guerra, nemmeno durante il suo discorso sullo stato dell'Unione di martedì. Inoltre, il fatto che fossero stati annunciati nuovi negoziati tra Washington e Teheran, questo lunedì a Vienna, e che il Segretario di Stato Marco Rubio si sarebbe recato in Israele la prossima settimana, avevano dato la sensazione che mancassero ancora dei giorni prima di un eventuale attacco. 

Secondo gli analisti, un fattore ha giocato un ruolo fondamentale nel convincere Trump: l’arrivo della portaerei Gerald Ford davanti alle coste d’Israele questo venerdì. Con questa nave, il dispiegamento dell’‘armada americana’ era completato – sia a livello offensivo che difensivo – e rimaneva solo l’attesa dell’ordine di Trump, che non si è fatto aspettare. “L'attacco, che era già pianificato da tempo, è potuto partire solo con il dispiegamento degli ultimi assetti americani nella regione, inclusi aerei da rifornimento in volo e il gruppo portaerei della Gerald Ford, dopo settimane di preparazione” conferma Federico Borsari, esperto di difesa presso il Center for European Policy Analysis (Cepa). 

Secondo Jacopo Pastorelli, analista dell’Atlantic Council, l’attacco si giustificherebbe con la convinzione all'interno dell'amministrazione Trump che l'Iran non sia mai stato così debole come in questo momento. “La necessità del presidente era quella di rendere ‘credibili’ le minacce degli Stati Uniti”, spiega l’analista ad Adnkronos. Pastorelli ritiene che, strategicamente, l’operazione del sabato sia la continuazione della dimostrazione di forza e dell'indebolimento degli alleati della Cina, prima il Venezuela, ora l'Iran, che esporta circa il 90% del suo greggio in Cina.  

Il presidente, secondo fonti interne alla Casa Bianca, ha preso questa decisione dopo settimane di deliberazioni e lasciando sempre la porta aperta ai negoziati per raggiungere un accordo con l’Iran. La goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso, questo giovedì, sarebbe stata l’ostinazione iraniana a non rinunciare in maniera definitiva al proprio programma nucleare. Nel frattempo, prima degli attacchi, i funzionari hanno dovuto confrontarsi con una serie di opzioni imperfette, tutte ben lontane da una missione come quella ordinata da Trump a gennaio per catturare il leader venezuelano Nicolás Maduro a Caracas. Il leader americano ha permesso che la diplomazia procedesse, nonostante gli avvertimenti di alcuni alti funzionari secondo cui con l'Iran era notoriamente difficile da negoziare. Poi ha tirato una linea.  

Molti nell'orbita di Trump lo hanno incoraggiato a perseguire un accordo. I suoi inviati Steve Witkoff e Jared Kushner, ad esempio, dopo aver avviato tre round di colloqui indiretti con gli iraniani, avevano espresso caute speranze di successo. Ma altri sono stati meno incoraggianti. Il senatore repubblicano Lindsey Graham ha pubblicamente criticato alcune presunte concessioni offerte dagli iraniani. E il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, in una visita urgente a Washington questo mese, aveva affermato che difficilmente ci sarebbe stato un momento più opportuno per colpire l'Iran. 

“La percezione è che gli iraniani stessero procrastinando. Dilungando. Cercando di guadagnare tempo nei negoziati con la speranza di prendere per sfinimento Washington”, spiega Fariba Pajooh, giornalista iraniana e professoressa presso la Wayne State University di Detroit. “Conosco il pensiero del regime di Teheran. Trump ha semplicemente perso la pazienza”, spiega ad Adnkronos Pajooh.  

In tutto questo periodo, Trump era apparso alle persone che lo circondavano diffidente nel portare gli Stati Uniti in guerra, preferendo di gran lunga un esito diplomatico che potesse spacciare per più forte dell'accordo nucleare dell'era Obama da cui si è ritirato. Ma era impaziente di raggiungere un accordo, fissando scadenze ravvicinate che non gli hanno permesso di ottenere le concessioni che si aspettava da Teheran. L’ultima, di dieci giorni, scadeva proprio questo sabato. Questa volta, Trump ha mantenuto la parola con il suo ultimatum. (di Iacopo Luzi) 

 

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