(Adnkronos) - L’Italia è il sogno degli stranieri, ma fatica a immaginare il proprio. È da questa contraddizione che parte
The Italian Dream,
il nuovo libro di Alec Ross pubblicato da Feltrinelli. Americano con radici familiari abruzzesi, già consigliere per l’innovazione di Hillary Clinton e Barack Obama, imprenditore, investitore e docente alla Bologna Business School, Ross prova a fare qualcosa di ambizioso e, per sua stessa ammissione, provocatorio: offrire agli italiani non un programma politico, ma uno specchio nel quale guardarsi.
Il punto di partenza è il confronto con il Sogno Americano, la promessa secondo cui chi lavora duramente e rispetta le regole può migliorare la propria condizione e offrire ai figli opportunità superiori a quelle ricevute. Quella narrazione oggi appare molto meno credibile persino negli Stati Uniti, attraversati da diseguaglianze, polarizzazione e riduzione della mobilità sociale. Ma l’Italia, osserva Ross, non ha mai costruito un racconto nazionale altrettanto immediato e orientato al futuro. È celebrata per ciò che è stata, per la sua storia, la bellezza e il modo di vivere, ma molto meno per ciò che vuole diventare.
Il libro cerca questa possibile identità attraverso otto dualismi: “Giovane e Vecchio”, “Innovazione e Tradizione”, “Forma e Sostanza”, “Apprendimento e Stimoli superficiali”, “Unità e Divisione”, “Breve Termine e Lungo Termine”, “Fiducia e Sfiducia”, “Ottimismo e Pessimismo”. Non sono opposizioni da risolvere scegliendo una parte, ma forze da tenere insieme: l’esperienza senza il dominio gerontocratico, la tradizione senza l’immobilismo, la bellezza senza il conformismo, l’identità locale senza il campanilismo, la prudenza senza la paralisi.
La forza del libro sta soprattutto nei casi concreti. Ross racconta Max Ciociola, che da Manfredonia arriva a fondare a Bologna Musixmatch; xFarm Technologies, che porta intelligenza artificiale, sensori e robotica nell’agricoltura; Pelliconi, impresa familiare capace di trasformare la produzione di tappi in un’attività industriale tecnologicamente avanzata e globale; la famiglia Gaja, arrivata alla quinta generazione senza trasformare la continuità in rendita; Emidio e Chiara Pepe, che applicano la logica del lungo periodo non soltanto al vino, ma anche alla crescita professionale dei dipendenti.
C’è poi Andrea Pontremoli, amministratore delegato di Dallara, che lei indica come l’incarnazione più completa del suo Italian Dream.
La sua storia personale parte dal mondo operaio. Ha ha lavorato duramente, ha rispettato le regole e ha costruito una traiettoria di successo molto legata all’innovazione.
Dallara non è soltanto una delle aziende più innovative d’Italia, ma una delle più innovative al mondo. Allo stesso tempo, Pontremoli ha investito con la sua famiglia a Bardi, il suo borgo. Un giorno è a Dubai, quello successivo alla 500 Miglia di Indianapolis, ma continua a nutrire il proprio territorio. Collega il locale al globale e la tradizione all’innovazione.
Poi c’è il give back. Invece di trasformarsi in una specie di nuovo duca o patrizio, ha creato una scuola, aiuta le generazioni successive, fa da mentore. Non cerca soltanto la compagnia di persone famose o ricche: cerca occasioni per istruire e aiutare gli altri, creando un effetto di rete.
È importante anche il suo rapporto con Gian Paolo Dallara, che ha quasi novant’anni e continua ad andare in ufficio cinque giorni alla settimana. Non c’è una lotta tra passato e futuro, ma un'alleanza. In Andrea si incontrano tradizione e innovazione, giovane e vecchio, locale e globale.
Brunello Cucinelli ha fatto qualcosa di simile in Umbria. Hanno personalità diverse, ma condividono un modo di pensare: dimostrano che non siamo costretti a scegliere tra competizione internazionale e responsabilità verso il luogo da cui proveniamo.
Il libro è una specie di manifesto per uscire da 30 anni di stagnazione economica e ideale. Ma da dove si comincia per applicarlo: dalla politica, dalle scuole, dalle università, dalle aziende o da un movimento organizzato?
Le strade sono molte. Qui emerge la parte più americana e forse un po’ “cowboy” del mio pensiero, quella contenuta nella parola agency: la capacità di agire e di non aspettare sempre che qualcun altro risolva i problemi. Il libro non propone un programma di partito o una politica trasversale da implementare a Roma. La mia idea è che ciò che non riusciamo a fare a livello europeo dobbiamo provare a farlo a livello nazionale, o di regione, o di comune, o di singola azienda o infine di singola persona.
Ognuno può trovare dentro di sé la realizzazione di un proprio sogno. Naturalmente è meglio quando esiste anche una risposta di sistema, ma molto spesso i sistemi non vengono creati dall’alto: nascono dal basso. Anche la Silicon Valley è stata un progetto molto decentralizzato. In Italia ormai credo più nei singoli casi che nei grandi sistemi. Per costruire un nuovo sistema bisogna elevare e rendere visibile ciò che funziona a livello locale.
Ho ricevuto centinaia di messaggi da persone che hanno letto il libro, dal ragazzo di diciannove anni fino ad alcuni dei nomi più importanti del paese. C’è chi mi ha scritto: “Adesso capisco che cosa devo (o voglio) fare”. Non mi presento come il guru americano venuto a spiegare agli italiani come devono vivere. Voglio stimolare una riflessione. Un ceo con trentamila dipendenti mi ha raccontato che, alla fine di ogni capitolo, doveva chiudere il libro, fare una passeggiata e pensare. Per me quello è già un risultato.
Non crediamo più che una soluzione o una guida possa arrivare dall'alto perché ormai vediamo i leader solo attraverso la lente della polarizzazione?
Uso un esempio molto semplice: se una persona dice che l’alba è a est e il tramonto a ovest, chi appartiene alla fazione opposta troverà comunque un modo per contestarla. Se Giorgia Meloni dice che le piace il colore azzurro, l’opposizione risponderà che è una vergogna. Naturalmente la stessa cosa accade a parti invertite. Siamo ancora troppo immersi in una dinamica da Guelfi e Ghibellini.
Pensiamo anche alla caduta del governo Draghi. Aveva il sostegno della maggior parte degli italiani, ma non è stato sufficiente per rimanere in carica. Io vengo dal mondo di Obama, dal centrosinistra, ma obiettivamente Giorgia Meloni ha fatto, ai miei occhi, un lavoro abbastanza positivo. Non si è rivelata la Mussolini che alcuni immaginavano.
Eppure chi sta all’opposizione non riesce a pronunciare neppure una parola positiva su di lei. La dinamica è troppo tribale. In questo senso, purtroppo, l’Italia sta diventando americana.
Quanto pesano gli algoritmi, i social media e un’informazione sempre più schierata nella scomparsa di figure considerate autorevoli al di là delle appartenenze?
Non è un problema soltanto italiano. Quando sono cresciuto negli Stati Uniti, i grandi volti dell’informazione televisiva erano Peter Jennings, Tom Brokaw e Dan Rather. Si poteva provare a indovinare se fossero democratici o repubblicani, ma nessuno lo sapeva davvero. Erano straight down the middle: davano le notizie. Oggi figure di quel tipo quasi non esistono più. Gli incentivi degli algoritmi premiano le persone che esprimono punti di vista estremi.
Riguarda anche me: capita spesso che mi intervistino e che facciano il titolo con qualcosa che non ho detto e che non penso. Si prende una posizione e la si estremizza per dare forza a una posizione preconfezionata.
Nel libro il ceo di Golden Goose, Silvio Campara, appare come esempio negativo, il “villain” della storia. Perché le sue parole l’hanno colpita tanto?
Lo potete vedere su Instagram, dove dice ai ragazzi “Fregatevene dei titoli di studio, fregatevene dei soldi, cercate di essere connessi a voi stessi perché i soldi arriveranno di conseguenza. Ve lo assicuro”. Frasi che trovo offensive perché in questo momento l’apprendimento è più importante che mai.
Oggi non si può prendere una laurea a 23 anni e pensare che la propria formazione sia conclusa. Dobbiamo diventare tutti lifelong learners, gente che continua a imparare per tutta la vita.
I giovani devono sviluppare pensiero critico e possedere una base solida di conoscenza. Altrimenti diventeranno schiavi dell’intelligenza artificiale e di chi, invece, dispone degli strumenti culturali per governarla.
Lei è un sostenitore dell’innovazione tecnologica, ma quando parla dei bambini usa parole durissime. A quale età dovrebbero entrare nel mondo digitale?
Sotto gli undici anni, secondo me, non dovrebbero toccare il digitale.
Conosco quasi tutti i grandi protagonisti della Silicon Valley: chi crea queste tecnologie è rigidissimo nel regolamentarne l’uso all’interno delle proprie famiglie. Dal punto di vista dello sviluppo neurologico dei bambini sono molto preoccupato.
I genitori devono assumersi la responsabilità di stabilire limiti, anche quando è faticoso e anche quando il figlio risponde che tutti i compagni hanno già un telefono o utilizzano una determinata piattaforma.
Immaginiamo che il “ban” europeo ipotizzato da Ursula von der Leyen, niente social prima dei 16 anni, entri in vigore. Ma poi quando i ragazzi saranno esposti a tutto questo, in particolare all’AI, come potranno costruire attenzione, profondità e capacità critica e sfuggire agli stimoli superficiali di cui parla nel libro?
La preparazione migliore avviene negli anni precedenti. Bisogna leggere ai bambini da quando sono piccoli, creare l’amore per il libro di carta e insegnare loro ad amare l’apprendimento prima che arrivi il telefono.
Ho tre figli, che oggi hanno 23, 21 e 19 anni. Sono nati nel pieno della digitalizzazione, ma quando hanno ricevuto i primi telefoni possedevano già l’amore per i libri e per la conoscenza.
Poi bisogna essere molto diretti: spiegare come si usa la tecnologia, che cosa si può o non si può pubblicare sui social, come si gestisce il tempo. Non è facile e gli algoritmi non sono stupidi. Sanno che se mi piace il calcio posso perdere 20 minuti davanti a uno schermo senza che me ne accorga. Anche per noi adulti leggere un libro è più difficile oggi rispetto a otto anni fa. Serve disciplina.
Dobbiamo diventare maestri, non schiavi, delle tecnologie. L’intelligenza artificiale può funzionare come una bicicletta oppure come una sedia a rotelle. La bicicletta ci permette di andare più veloci, ma continuiamo a utilizzare e sviluppare i muscoli. La sedia a rotelle, se viene usata quando potremmo camminare, finisce invece per atrofizzarli.
Il prezzo di questa vigilanza non rischia di essere un rapporto molto più intenso e controllato tra genitori e figli? Le generazioni precedenti potevano vivere spazi separati, fare esperienze ed errori lontano dagli adulti.
La tecnologia può essere utilizzata anche per mantenere un rapporto sano e continuo. Mio figlio di 23 anni si è già laureato e vive ad Austin, in Texas. Gli altri due sono all’università, ma siamo in contatto quasi ogni giorno.
Quando avevo la loro età, forse parlavo con i miei genitori per quindici minuti la domenica sera. Ma in un mondo pieno di incertezze e minacce - che non possono più essere controllate come in passato perché sono nelle tasche di tutti noi, 24 ore al giorno - i ragazzi hanno bisogno di genitori solidi, con intelligenza emotiva e capaci di costruire un rapporto di fiducia. Possono essere severi, ma devono essere affidabili. Da sempre i giovani cercano confini, anche quando protestano contro quei confini.
Uno dei punti che ho trovato più curiosi nel libro sono i ringraziamenti: più che un’appendice, una mappa della sua vita italiana. Ci sono Romano e Giorgio Prodi, Vittorio Manes, definito il “Batman” italiano, e molte figure legate a Bologna e all’Emilia-Romagna. Ne emerge una rete non soltanto professionale, ma fatta di tavole condivise, famiglie che si incontrano, conversazioni e amicizie inattese.
È anche una dimostrazione dell’accoglienza italiana. Quando sono a Bologna, sento di fare parte della comunità. Non è banale e non accade in questo modo ovunque nel mondo.
È una rete di persone che lavorano nello stesso territorio, si confrontano, si aiutano e costruiscono qualcosa insieme. Nel libro parlo molto della Silicon Valley come di una rete di relazioni, non soltanto come di un luogo geografico. A Bologna ho trovato, con caratteristiche naturalmente diverse, qualcosa che ha una funzione simile: una comunità capace di accogliere e mettere in circolo idee, competenze e fiducia. Ho chiamato Manes il Batman italiano perché è un professore e avvocato penalista serissimo che appare quando ci sono i casi più difficili da risolvere. Per fortuna, non ho mai dovuto chiamarlo per aiutarmi...
A proposito di amicizie inattese, ci sono Achille Lauro e Michelle Hunziker.
Sono due storie divertenti. Non ho una televisione in Italia, quindi ho conosciuto Michelle senza averla mai vista prima. E ho conosciuto Lauro senza avere mai ascoltato una sua canzone.
Forse siamo diventati amici proprio perché non ero un fan, né sono uno che vuole circondarsi di celebrità, e questo lo apprezzano. A Lauro do qualche consiglio e gli presento persone che altrimenti forse non incontrerebbe. È anche un esempio di lifelong learning: oggi è una persona molto diversa rispetto a cinque o sei anni fa.
Michelle proviene dal mondo dello spettacolo, ma sta diventando sempre più un’imprenditrice di talento. Mi piacciono le amicizie diverse, trasversali e inaspettate.
Invece tra le persone meno conosciute ringrazia Alessandro Cillario, fondatore di Cubbit, che nel libro spiega uno dei concetti di cui meno gli italiani si rendono conto: siamo un popolo che si fida troppo poco del prossimo e delle istituzioni.
Alessandro non è famoso e non è miliardario, almeno per ora, ma è nell’1% delle persone più intelligenti che conosco. Spiega come agli italiani storicamente manchi fiducia e per questo si riempiono di regole, controlli e burocrazia.
L’idea della copertina, con la parola “American” cancellata e sostituita da “Italian”, è stata sua. Volevo scrivere un libro sul tema, ma doveva essere chiaro che non si trattava di un’imitazione del modello statunitense. L’immagine esprime esattamente questa intenzione: non importare un sogno già confezionato, ma aiutare l’Italia a riconoscere e costruire il proprio. (di Giorgio Rutelli)














