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Attualità | 06 settembre 2026, 18:43

La storia del Sudario e dei suoi 18mila nomi: "È un modo per tenerli vivi" VIDEO

Ivan Marin (Carnia per la Pace) racconta l'origine del grande telo che il 5 settembre ha attraversato Domodossola: "Non lo porto, lo accompagno come quei bambini accompagnarono me"

Ivan Marin

Ivan Marin

Dietro i 18.457 nomi scritti a mano sul Sudario che ieri, 5 settembre, ha attraversato le vie di Domodossola c'è una storia che parte da lontano. A raccontarla è Ivan Marin, del gruppo Carnia per la Pace, che ha accompagnato il grande telo nella tappa ossolana.

Per spiegare la dimensione di quel lungo elenco di bambini e ragazzi palestinesi, Marin è partito proprio da Domodossola. "Mi hanno detto che qui ci sono circa 18mila abitanti. Vi invito a pensare se tutti questi abitanti fossero bambini e bambine. Potete avere la misura di quanto è grande questa tragedia".

Il Sudario è stato realizzato in Carnia, ma per Marin la sua storia affonda le radici in un viaggio compiuto anni fa nella Striscia di Gaza. "Sono stato accolto da quei bambini, di cui tanti sono scritti lì. Loro mi hanno accompagnato per le vie della città, tutti festanti. Mi guardavano come se fossi un supereroe, ma io non ero assolutamente nulla. In quei mille occhi vedevo mille universi. Mi chiedevano vita, mi chiedevano aiuto".

Un ricordo che dà un significato particolare al viaggio che Marin compie insieme al telo. "Io non porto il Sudario, lo accompagno, come io sono stato accompagnato quel giorno. E per me accompagnarlo non è un funerale. È un modo per tenerli vivi e un modo per sentire le loro voci in tutte le città, ovunque ce ne venga fatta richiesta".

Il grande telo è un'opera collettiva nata grazie al gruppo Carnia per la Pace e al lavoro di numerose persone che hanno trascritto uno dopo l'altro i 18.457 nomi. La prima esposizione, ha ricordato Marin, risale al 14 ottobre 2025, in occasione della partita Italia-Israele a Udine.

Anche la sua realizzazione è diventata un momento di partecipazione. "Mentre lo scrivevamo ho visto tante persone commosse, tante madri piangere. Ho visto insegnanti fermarsi davanti a un nome e dire: 'Guarda, questo si chiama come il mio allievo'. Anche il solo scrivere è stato un percorso, un'esperienza".

Marin sottolinea che il Sudario non appartiene a chi lo ha materialmente realizzato o a chi lo accompagna nelle piazze. "Il Sudario non ci appartiene, appartiene ai bambini di Gaza. Quello che facciamo noi è un atto d'amore, è dare testimonianza di ciò che sta avvenendo".

Il telo continua così il suo viaggio attraverso l'Italia, passando di città in città. Un percorso del quale, per Marin, è ancora impossibile immaginare la conclusione. C'è però un luogo nel quale vorrebbe che un giorno arrivasse.

"In tanti mi chiedono dove andrà il Sudario alla fine di tutto questo percorso. Io spero che sia una fine molto lontana, che sicuramente non vedrò e sarà qualcun altro ad accompagnarlo. Ma vorrei che tornasse a casa, a Gaza, perché quella è la sua casa".

a.f.

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