Le pre-intese volute da Calderoli dopo la bocciatura dell’autonomia differenziata da parte della Corte Costituzionale? Per il senatore Enrico Borghi sono solo “ammuina”. Aggravata dal fatto che, essendo la regione Piemonte in condizioni di disavanzo (come certificato nei giorni scorsi dalla Corte dei Conti), rischiano di rimanere solo sulla carta e trasformarsi in propaganda. Il parlamentare ossolano lo ha scritto nella sua consueta rubrica “Note Rocciose”, nelle edizioni della Stampa Diocesana Novarese.
“Ricordate - scrive il vicepresidente nazionale di Italia Viva - l'antico ordine della Real Martina del Regno delle Due Sicilie, "facite ammuina”? Il comando, reso celebre nella iconografia dell'esercito di Franceschiello, rimanda da allora alla descrizione di situazioni piuttosto caotiche, nelle quali c'è un grande affaccendarsi compiuto ad arte per dare l'impressione di fare qualcosa, senza però concludere nulla di concreto.
"Chi sta a prua vada a poppa, chi sta a destra vada a sinistra", e via di questo passo, al solo scopo di confondere e impressionare di guarda e trasmettere una idea di efficienza e di movimento che in realtà è solo immobilismo. Difficile sottrarsi al ricorso dell'antico ordine borbonico, nel descrivere quello che sta accadendo in questi giorni in Parlamento e che riguarda i temi della cosiddetta "autonomia" che tocca da vicino anche il Piemonte, con situazioni paradossali.”
L’analisi di Borghi prosegue: “Andiamo con ordine. Siamo al quinto tempo di un film iniziato ormai quattro decenni fa. All'epoca, per contestare uno Stato centralista ritenuto la causa delle inefficienze del sistema e degli sprechi, Umberto Bossi lanciò la sua Lega coniando un concetto fino a quel momento rimasto in qualche polveroso libro di istituzioni del diritto pubblico, "federalismo". Il concetto, tradotto poi icasticamente nello slogan "padroni a casa nostra", era quello di legare il più possibile il luogo di produzione delle imposte al luogo di impiego di tali rimesse fiscali. La prima esperienza politica, dopo anni di grancassa, non andò benissimo. Il primo governo Berlusconi, che aveva proprio il leghista Speroni ministro per le riforme istituzionali, finì proprio travolto dallo scontro interno con Bossi. Che, dopo una breve suggestione sul "federalismo democratico" (con il discorso di D'Alema al congresso leghista di Assago del 1995 che arrivò a definire la Lega una "costola della sinistra"), ripiegò nella suggestione della secessione e dell'indipendenza del Nord, coniando una iconografia fatta di Soli delle Alpi, ampolle alle fonti del Po, riti celtici e via discorrendo che tradiva la difficoltà di riuscire a trasferire sul piano della concretezza un messaggio politico che sceglieva di rinchiudersi nella radicalizzazione per sopravvivere dopo una esperienza di governo non riuscita.
Anche la secessione finì - come era inevitabile - nel campionario degli archivi, per essere sostituito dalla stagione della "devoluzione", che caratterizzò tutta l'esperienza di Umberto Bossi nei primi anni Duemila come ministro delle riforme: il tentativo di trasformare l'Italia in un stato federale, trasferendo per via costituzionale una serie di importanti poteri legislativi (sanità, scuola, polizia locale su tutti) dal livello centrale ai governi regionali. Un progetto approvato dal Parlamento, ma bocciato nel 2006 da un referendum popolare che riportò il concetto alla casella del "via".”
La conclusione di Borghi lascia capire la sua opinione su questa sorta di “nulla di fatto”: “E si arriva quasi ai giorni nostri. Preceduto da una sorta di referendum-plebiscito nelle regioni Lombardia e Veneto, che sulla scorta di una domanda quasi pleonastica sul fatto se si volesse l'attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, si apre un negoziato tra le regioni Veneto e Lombardia su come ottenere maggiori competenze e trattenere una percentuale maggiore delle entrate fiscali sul territorio, la cosiddetta "autonomia differenziata" alla quale si agganciano poi altre regioni, tra cui il Piemonte. Che naufraga poi sotto le forche caudine della Corte Costituzionale. E così oggi si inventano le "pre-intese", cioè il trasferimento - ad invarianza di fondi - di materie limitate: protezione civile, professioni, previdenza complementare, tutela della salute. Con un "però" grande come una casa: le Regioni devono finanziare queste funzioni coi loro avanzi di amministrazione. E le regioni come il Piemonte, che sono in disavanzo? Misteri di una finta riforma di mezza estate”.














