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Ossola | 27 marzo 2021, 12:00

Vent'anni fa l'addio al 'don'' che ha segnato la storia di Villa e non solo....

Il 27 marzo 2001 moriva Gianfranco Tabarini, un amico di molti, ma soprattutto un prete vero che sapeva 'vivere' la sua comunità

Vent'anni fa l'addio al 'don'' che ha segnato la storia di Villa e non solo....

Era il 27 marzo 2001. Sono passati 20 anni, ma è come se fosse ancora qui, in mezzo a noi, a scriverci le sue lettere, a mandarci i suoi consigli, ad accompagnarci alla vita quotidiana con le sue parole, ad entrare nelle nostre case e preoccuparsi dei problemi delle nostre famiglie. Ma soprattutto a vivere da vero prete quale era.

Sono passati 20 anni esatti quando ci lasciava Gianfranco Tabarini, il ‘nostro’ don. Il  don Gianfranco di tutti.  Anche di chi lo guardava con distacco perché schietto e deciso nel suo essere prete. Ma il ‘don’ aveva più amici, indubbiamente.

Cosa abbia lasciato don Gianfranco lo sa chi ha già qualche anno e vive a Villa, lo sa chi lo ha conosciuto come parroco di Domodossola,  lo sa chi l’ha apprezzato come Vicario episcopale a Novara. Più di un prete, sicuramente un amico, certo un fratello.

I  primi anni da giovanissimo prete a Varzo  poi l’immersione nella realtà industriale di Villadossola come coadiutore e poi parroco, quindi i 5 anni a Novara, a fianco di monsignor Renato Corti, e infine parroco a Domodossola dal 1995 in poi.  Il suo primo giorno in città, il 18 giugno, fu caratterizzato dal primo, significativo gesto: la visita agli ammalati del 'San Biagio'. Lì, dov’è spirato la mattina del 27 marzo 2001 a soli 63.  L’ospedale, diceva, ''una città di umanità nella città'', e dove spesso passava le notti di Natale e di fine anno, proprio per stare vicino a chi soffriva. 

Lo ricordiamo oggi con una delle sue frasi-effetto alle quali ci aveva abituato e che mandava coi suoi scritti, i ciclostilati, gli articoli sul ‘Popolo’ e soprattutto nelle sue prediche mai banali: ‘’C’è più futuro che passato’’, è anche la frase che ha dato il titolo al libro scritto su di lui.

Un prete che non ha mai chiuso la sua porta a nessuno, una porta - la sua -  che trovavi aperta anche nelle ore notturne quando  era ancora intento  a leggere o a scrivere nel suo studio. Ma soprattutto quando bussava alle case per auto invitarsi a pranzo o a cena, momenti che erano solo conviviali ma non banali, momenti mai sciupati. Il vescovo Corti lo definì ‘’l’accompagnatore spirituale di molti di noi e delle nostre comunità’’.  Per noi, grazie alla sua semplicità e altruismo, resta l’amico e il ‘don’.

Renato Balducci

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