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Cronaca | 13 luglio 2022, 19:00

"Quando la notizia c'è, va data...". Ma questa non avremmo voluto darla, ciao Adriano

Renato Balducci ricorda l'amico e collega Adriano Velli, scomparso martedì a Domodossola

"Quando la notizia c'è, va data...". Ma questa non avremmo voluto darla, ciao Adriano

Quando la notizia c’è, va data…”. Adriano diceva spesso così. Ma noi questa notizia non l'avremmo mai voluta dare. È quella della sua morte avvenuta all’improvviso in ospedale. 

Adriano Velli, classe 1945, lascia la moglie Lina e il figlio Alessandro. E lascia in noi colleghi un ricordo indelebile di tanti momenti di vita giornalistica passata insieme, di tanti anni di lavoro e anche di partecipazione sindacale.

Un ricordo di una persona che non ha  mai trattato i colleghi come ‘rivali’, né come subalterni o gregari; persone con le quali non ha mai alzato la voce né ha guardato dall'alto al basso. È stato un esempio!  Ha sempre considerato tutti al suo pari, che era quello di un giornalista preparato, corretto e ligio al suo credere: “Quando la notizia c’è, va data…”.

Ha segnato il mondo dell’informazione locale, lui, capace di fare aprire a Domodossola, negli anni Settanta, la sola redazione de La Stampa che non fosse situata in un capoluogo di provincia. Ma soprattutto capace di avere un ruolo nel giornale in cui lavorava a contatto col comitato di redazione, il 'consiglio interno' dei giornalisti chiamati a dialogare con direzione ed editore. Ma anche esponente della Subalpina, il sindacato in cui credeva e al quale ha dato un contributo. Prima di impegnarsi a Roma, all’Inpgi, l’istituto di previdenza dei giornalisti.

Adriano ha segnato la vita giornalistica prima dell'alto Novarese e poi della nostra provincia diventando il punto di riferimento per molti di noi. Gli archivi lo confermano. Non si è mai rivolto ai colleghi, anche di altre testate,  con quel distacco o con l’alterigia del “più bravo sono io”.  È per questo che oltre al lavoro ci legava l’amicizia. La sua redazione era aperta anche se si lavorava per testate diverse e quindi con un po’ di antagonismo. A La Stampa ha poi fatto da balia a molti di noi, con quell’aria da fratello maggiore che però ti lasciava lavorare tranquillamente. Unico suo 'pallino'  erano le dinamiche dell’economia e della finanza, un settore in cui avrebbe voluto e potuto scrivere senza mostrarsi  inferiore a colleghi che la sanno più lunga.

Adriano ha scritto molto di questa terra: dalle alluvioni sino all’estradizione di Gelli, dalle lotte sulla sanità a quella - persa - per Domodossola capoluogo nel nascente Verbano Cusio Ossola. Ha scritto fiumi di righe sulla politica locale e sulle lotte sindacali degli anni Settanta e Ottanta.  

È passato, come tutti noi di una certa età, da quel giornalismo in cui si dettavano i pezzi al telefono, a quello delle telescriventi e poi del computer. Di quando si spedivano, col treno, alle redazioni di Novara e Torino le foto stampate con il cosiddetto  'fuorisacco',  a quello ultra veloce delle mail. Lo rivediamo  con l’inseparabile Paolo Falciola, anche lui da tempo scomparso, che spesso è stato la sua ombra di vitale importanza nel ‘recuperare’ immagini e testimonianze fotografiche. 

Adriano aveva iniziato la carriera all’Avanti, il giornale del Partito Socialista, e poi era passato a La Stampa. Avrebbe potuto anche andare alla redazione di Milano, ma ha preferito restare qui a ‘raccontare’ la sua terra. In pensione da tempo non aveva mai abbandonato i contatti con il suo mondo e soprattutto non ha mai disertato le urne  alle elezioni degli organismi del sindacato, dell’Inpgi e della Casagit, la cassa autonoma di assistenza dei giornalisti.

Chi, come il sottoscritto, è stato suo collega nella vita dei giornali quotidiani e in quella sindacale, perde un punto di riferimento e soprattutto un amico sincero.

Renato Balducci

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