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Domodossola | 02 luglio 2024, 19:09

''La gente si chiede che fine faranno le strutture della Cappuccina’’

Dopo l'annuncio dell'addio dei frati abbiamo sentito Antonio Ciurleo, autore di due libri sulla storia del popoloso rione domese e su padre Michelangelo

''La gente si chiede che fine faranno le strutture della Cappuccina’’

‘’Una decisione incomprensibile! Per uno pseudo discorso di carenza di vocazioni si decide di concludere la presenza dei frati a Domodossola. Ma la gente si chiede che fine faranno le strutture nate alla Cappuccina’’.

Chi parla è Antonio Ciurleo, autore di due libri: uno sulla storia della Cappuccina scritto col figlio Luca e uno su padre Michelangelo, il frate che questo quartiere lo ha creato dal nulla. La notizia della fine dell’era dei frati alla Cappuccina sta sollevando polemiche e preoccupazione.

Ciurleo, che ne ha scritto la storia, se ne fa interprete: ‘’Quello che conta non è sapere chi viene dire messa ma che fine faranno le opere che padre Michelangelo, assieme alla popolazione, ha realizzato. dalla radio al convento, dal trenino dei bimbi a casa Letizia, tutto quello che c’è attorno. L’averlo comunicato in occasione del trigesimo della morte di padre Vincenzo non è stata una buona scelta. Non è una ragione il fatto che non ci siano più frati, anche  perché in realtà alla Cappuccina oggi c’è padre Fausto e altri due frati’’. 

Ciurleo ricorda che ‘’i frati sono stati qui tra il 1200 e il 1800. Negli Anni Cinquanta, Padre Michelangelo, allora giovane,  venne qui chiamato a sostituire un sacerdote che stava male. Dopodiché don Cabalà, parroco di Domodossola, gli chiese di fermarsi: era il 1953. Determinante fu la richiesta dell’allora sindaco Ferraris di un ritorno dei Cappuccini che aveva fatto un voto per una grazia ricevuta durante la guerra. Da allora padre Michelangelo iniziò a lavorare in quella zona della città che una volta era chiamata Abissinia, perché ci abitavano quelli che dal sud venivano in Ossola a lavorare. Michelangelo non fece subito la chiesa – che arrivò solo nel 1956 – ma realizzò subito le opere per la comunità, tanto che la messa allora si teneva nel garage. Pensò infatti alla casa del fanciullo, al salone, al treno dei bimbi: si è sempre battuto per questo’’. 

Renato Balducci

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