Collaborazione fiscale volontaria o imposta patrimoniale?

Vedana: “Una eventuale nuova Voluntary disclosure dovrebbe però assicurare che i soldi fatti emergere vengano utilizzati per contribuire alla ripartenza dell'economia del nostro Paese”

Milano -

Fare emergere il contante che gli italiani tengono presso la propria abitazione o presso cassette di sicurezza, in Italia o all'estero.

È questa l'idea lanciata pubblicamente in questi giorni dal capo politico di un partito di Governo: fare una nuova Voluntary disclosure (dopo quelle del 2014 e del 2017) con la quale consentire agli italiani di regolarizzare fiscalmente denaro non dichiarato pagando una tassa al 10/15 per cento.

Le stime ipotizzano che tale denaro possa ammontare tra i 100 ed i 150 miliardi di euro, con un possibile incasso, per lo Stato, variabile tra i 10 ed i 22 miliardi di euro a titolo di una tantum al quale andrebbe poi aggiunta la tassazione ricorrente che verrebbe poi applicata sui soldi emersi in ragione della tipologia di investimento o acquisto effettuato.

Una somma consistente, non lontana da quella ottenibile con il famoso MES (circa 30 miliardi) e per di più gratis, ricevibile e utilizzabile senza condizioni.

Un provvedimento che, peraltro, potrebbe avere l'ulteriore positivo effetto di allontanare il rischio di una possibile imposta patrimoniale che verrebbe invece applicata non a chi i soldi li ha nascosti ma a chi li ha alla luce del sole.

A giudizio di chi scrive una eventuale nuova Voluntary disclosure dovrebbe però tenere in debito conto la necessità di assicurare che i soldi fatti emergere vengano utilizzati per contribuire alla ripartenza dell'economia del nostro Paese attraverso meccanismi che ne assicurino, per un certo numero di anni, il loro impiego nel mondo delle piccole e medie imprese, quelle che escono più danneggiate dall'emergenza Covid-19.

Ciò sarebbe possibile prevedendo, quale condizione ulteriore per il perfezionamento della Voluntary disclosure, che i soldi fatti emergere debbano essere utilizzati per sottoscrivere titoli di debito emessi dalle PMI o per acquistare strumenti finanziari partecipativi emessi dalle stesse.

In tal modo verrebbe assicurata alle PMI la conservazione del controllo e della gestione dell'azienda (anche al fine di evitare qualsiasi tipo di infiltrazione non gradita nella condizione aziendale),verrebbe, almeno in parte, alleggerito il ruolo delle banche come unico finanziatore delle imprese (con evidenti positivi effetti anche nella gestione del rischio credito delle banche stesse) e preservati i posti di lavoro nelle PMI.

Ne uscirebbe una Voluntary disclosure diversa da quella vista negli anni passati: più socialmente accettabile perché più solidale e più in linea con i principi costituzionali che parlano dell'Italia come di una Repubblica fondata sul lavoro.

Non solo. Un provvedimento siffatto darebbe nuovo, significativo slancio alle professioni contabili e legali perché più di altre coinvolte nella non semplice attività di ricerca e selezione delle buone aziende nelle quali far affluire il denaro oggetto della nuova Voluntary oltre che nell'assicurare, insieme a banche ed intermediari, un rigoroso rispetto degli adempimenti antiriciclaggio; evidenti sarebbero poi i risvolti positivi sull'intero settore del risparmio gestito e del mercato dei capitali in genere: le PMI ne potrebbero uscire rafforzate e pronte anche a nuove operazioni di aggregazione di altre aziende, italiane ed estere, con tutti i conseguenti positivi effetti anche per chi in esse ha investito o investirà capitale di rischio (in primis azioni).

Il tutto, ancora una volta, senza dover ricorrere ad aiuti di Stato o di altri organismi sovranazionali.

Per la buona riuscita dell'iniziativa la variabile tempo non è trascurabile: esauriti gli effetti degli aiuti di Stato di questi mesi (Cassa integrazione in primis) le aziende italiane si ritroveranno a dover fare i conti con il pagamento dei "soliti" debiti (anche fiscali) ma con probabili minori ricavi; risulta quindi fondamentale essere risoluti e rapidi nell'adottare i necessari provvedimenti legislativi e per i motivi sopra esposti la Voluntary disclosure, con i correttivi sopra citati, potrebbe davvero essere lo strumento giusto in questo momento così delicato per il nostro Paese.

Certo ci vogliono politici intraprendenti e pronti ad assumersi responsabilità, perché come ci ricorda il Manzoni nei Promessi Sposi, per bocca di Don Abbondio, "il coraggio, uno, se non ce l'ha, mica se lo può dare!".

Fabrizio Vedana

L’avvocato di origine anzaschina Fabrizio Vedana è Socio onorario Istituto Nuova Etica Economia e Diritto. Pubblicista, docente in master specialistici e convegni, anche esteri, sulla normativa antiriciclaggio, bancaria, fiduciaria e finanziaria. È componente della commissione tutela patrimoni dell’ODCEC di Milano e membro del comitato di redazione della rivista SFEF (Bocconi); coautore di diversi libri tra i quali “Il segreto bancario e fiduciario in Italia e all’estero”, “Patrimonio. Strumenti di amministrazione e protezione. I patrimoni italiani all’estero e la voluntary disclosure”, entrambi editi da EGEA.

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