Riccardo Brezza: perchè è tempo di rimanere (nel PD)

Verbania -

VERBANIA – Lo stato d’animo del militante è lo “sconforto”, in alternativa c’è il “disorientamento”, o tutt’al più la vertigine di uno “spaesamento” che solo nell’orgoglio di un’appartenenza comune - per visioni - trova il senso di rimanere. Nel PD lacerato da forze centrifughe Riccardo Brezza ha deciso di restare e di “mettere tutto l’impegno nei prossimi giorni a contattare e coinvolgere gli iscritti che pensano di andarsene per tenerli nel partito e organizzare un'alternativa”. Il giovane vice presidente della Provincia del VCO, consigliere comunale a Verbania e già segretario cittadino dei “democratici”, sulla possibilità di frenare la scissione del partito, in chiave locale, mostra sentimenti ottimistici: “Questa è la scissione dei colonnelli non della truppa” dice. Lui che è rimasto nel partito anche quando Pippo Civati – il suo riferimento – è andato via, e domenica scorsa s’è preso la briga di andare all’assemblea di Roma per tornarsene con un bagaglio d’amarezza e l’assoluta convinzione della saggezza di Walter Veltroni, il “padre” del PD, che dal palco ha lanciato l’appello più accorato all’unità.

Il mio è solo il punto di vista di uno che si trova nel centro della tempesta – ammette Brezza -  Uno strappo che ha lasciato i militanti nello sconforto senza che se ne capissero le ragioni sino in fondo – prosegue -. Non ci si può dichiarare fuori da una storia che ha richiesto un impegno politico ventennale per la data di un congresso. Non è pensabile, è una motivazione debole. Senza considerare che la scelta non è stata condivisa con la base. Nel PD non sono tutti acritici nei confronti della segreteria, ed è giusto, parliamo di un partito plurale.

Lo dico con dispiacere ma in questa scissione sono intervenute ragioni personali e molto poco politiche. Questi dirigenti, che pure rappresentano un pezzo importante della nostra storia, come Bersani o D’Alema, è come se avessero paura del confronto reale con Renzi. E invece è proprio alle porte di un congresso (che sarà presumibilmente a maggio ndr), che c’è la migliore occasione di confrontarsi”. E a Verbania, quanti scissionisti si contano? “Non ho numeri, posso parlare solo per i confronti avuti in questi giorni e l’obiettivo è rimanere col PD, insomma è questo il tempo di restare, ma anche di vedersi e parlarne. Ovviamente solo il congresso non basterà, occorre coinvolgere i militanti, gli iscritti. Questa scissione dimostra che i dirigenti hanno perso la capacità di ascoltare la base, la cui richiesta era di unirsi. E invece domenica scorsa a Roma c’è stata una bella dimostrazione di arroganza”.

La ragione politica portata dai cosiddetti “scissionisti” è che il PD di Renzi non sia un partito di sinistra, insomma, che le scelte fatte nei mille giorni di governo siano state poco di sinistra. L’obiezione ci sta. “Il PD è la casa della sinistra. E’ qui il terreno politico dove misurarsi, e il congresso è il campo dove misurare le conflittualità. La storia non comincia con nessuno di noi, noi siamo la prosecuzione di una storia lunga, la storia della grande sinistra riformista del ‘900. E poi basta con gli istinti autodistruttivi, la sinistra è tale solo se riesce a incidere sulla realtà, a maggior ragione oggi, dove quello che vale è il contesto europeo, dove i ragionamenti non possono rimanere nei confini nazionali. Se si vuole avere la possibilità d’incidere bisogna far parte della grande famiglia del partito socialista europeo, nella quale – peraltro - il PD è il partito principale”.

Non sarà che proprio questa tempesta faccia risorgere in qualcuno la voglia di esserci, di partecipare? Negli ultimi anni tanti si sono ritratti e la loro partecipazione s’è fermata al solo voto: “Ci spero, chissà che non sia nelle difficoltà che si ritrovino le ragioni di un impegno”.

Antonella Durazzo
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