'Tanta merda'. Nuovo appuntamento con la rubrica Coccodrilli

DOMODOSSOLA -

Tanta merda, tanta merda, merda, merda sussurravano i teatranti prima dello spettacolo. E tanta merda effettivamente c’era sulla piazza del mercato, quella che i Domesi avevano voluto per cingere e definire il foro dei commerci della città, concesso da Berengario I.

Tanta merda era una locuzione ricorrente degli attori, dei musici; occorreva in ogni spettacolo, dalla lirica alla prosa, augurandosi in questo modo di avere molto pubblico, molte carrozze, molti cavalli in attesa. Molte carrozze, molti cavalli, molti escrementi.

Questa colorita espressione, risalente al XVII secolo, ricorre nelle lingue romanze, con lievi sfumature, ma con lo stesso identico significato. Tanto pubblico, lunghe attese, molti escrementi di cavallo.

Il Teatro Galletti di Domodossola, inaugurato nell’aprile del 1882, ha conosciuto questi colori della tradizione filodrammatica, se non altro perché molti erano i facoltosi spettatori che avevano un posto fisso nei palchetti in legno, a lato del palcoscenico. E questi abbienti a teatro ci andavano in carrozze trainate da cavalli.

Il Teatro Galletti era una bomboniera, un cofanetto prezioso, un salotto, un rilucente gioiellino, nella pur piccina città di Domodossola, la piccola Parigi, come alcuni la chiamavano.

Il donatore, il munifico Gian Giacomo Galletti, grande filantropo ossolano, aveva le idee chiare quando decise di mettere in gran conto la sua Valle. Pensava all’istruzione, dalle scuole ai musei, ai divertimenti, alla cultura, al teatro.

Ma la sua Fondazione non ebbe fortuna. I cittadini di Domodossola e l’intera Valle forse non la meritavano.

Dei musei, della pinacoteca, dei palazzi, delle scuole, del teatro rimangono i soli edifici, nudi e crudi, almeno al confronto di ciò che pure furono un tempo.

Io mi ricordo la Fondazione, ero bambino. Ci andavo in visita con le scuole, ero uno scolaretto.Animali impagliati, incunaboli, archi e frecce, animali deformi, animali in formaldeide, collezioni coloniali, un pianoforte a mezza coda, reperti romani, agnelli a due teste, agnelli a cinque zampe, antichi Corani preziosamente miniati, ricordi del nuovo mondo, pezzi di Bleriot del povero Chavez, gran puttaniere, lance antiche, spade antiche, archibugi.

Mi ricordo il Teatro, ci sono andato per carnevale, mi pare; mi par di ricordare feste in maschera, concorsi in maschera, mentre fuori il palco fumante del carnevale distribuiva polenta e sciriui e noi bambini, con le mazze di plastica e i cappelli di cartone dei cowboy, ci rincorrevamo con i coriandoli, le stelle filanti, lo zucchero filato, i palloncini colorati che volavano nel cielo, imprecando e piangendo disperati. Il vento ci strappava i cappelli, lacerandoli, ci rubava i palloncini, e lo zucchero filato si appiccicava al viso, ai capelli. C’era sempre un gran vento nei giorni di carnevale. E faceva freddo. Freddo e vento.

Di tutti quei ricordi, il teatro forse rivestiva un incanto particolare. Era il luogo delle feste, delle danze, a noi proibito, salvo nei giorni di carnevale.

Sull’Eco Risveglio di questo mese, Paola Caretti ne fa una descrizione abbastanza fedele, riportandolo alla ribalta, nell’occasione di un ulteriore intervento pubblico di rifacimento, ovvero di ristrutturazione.

Di questo teatro, della Fondazione Galletti, dal 1985 al 1988, io pure ero stato "autore", in qualità di assessore alla cultura.

Avevo ereditato ciò dalla giunta precedente e dal precedente assessore, ora ex sindaco Mariano Cattrini.

Il teatro era stato completamente rifatto, trasformato e reso altro.

Da subito furono guai e polemiche.

I progettisti di allora ritenevano impossibile riproporre il teatro qual era, poiché a seguito della tragedia del cinema Statuto di Torino, avvenuta il 13 febbraio del 1983, la legge imponeva delle norme fortemente restrittive in materia di sicurezza contro gli incendi su tutti i locali di pubblico intrattenimento.

Allo Statuto morirono 64 persone.

Pertanto il vecchio gioiello venne sventrato, fornito di uscite di sicurezza e contenuto quanto a numero di spettatori.

Quindi, quanto ereditato, non era più un teatro ma una sala polivalente completamente spoglia, vuota, priva di anima.

A quel tempo esisteva un forte movimento culturale in città che andava dai cinefili, ai pittori, numerosissimi, ai cantori, ai musicisti, ai filodrammatici, con tanto di associazioni ed entusiasmi.

Ricordo il professor Macrì, il professor Zanola, solo per citarne alcuni.

In breve, si decise di fornire la struttura di un palco e di un sipario, a guisa di teatro sperimentale e amatoriale e di un cineproiettore, che acquistammo di seconda mano. Poi le poltroncine e quanto necessitava.

Da allora il teatro, pur senza più gli antichi fasti, ha svolto una dignitosa funzione culturale per la città.

Compagnie locali, gruppi musicali, convegni, assemblee, incontri, comizi.

Intanto, a Villadossola, nel 1997, è inaugurata La Fabbrica, un teatro moderno molto bello, molto funzionale, con una capienza 650 posti. La Fabbrica risponde egregiamente alla domanda culturale della Valle. E non conviene certo ai Domesi non riconoscere alla Fabbica tale primato.

In questi ultimi anni, la Farmacia comunale, che da tempo segue la gestione del teatro, ritenendo necessario un intervento ulteriore di riqualificazione, con un progetto che prevede il suo rifacimento, sostenuta dal sindaco Cattrini e dalla sua giunta, propone il nuovo progetto alla Fondazione Cariplo, per il suo finanziamento.

D’altra parte il teatro, per come oggi lo conosciamo, venne consegnato alla città nel 1987. Quindi, 30 anni fa.

Il progetto della Farmacia, per la verità senza alcuna spesa progettuale, prevede la costruzione di un ovale destinato ad un uso polifunzionale, moderno e forse avveneristico.

L’attuale amministrazione, altrimenti, vorrebbe riportarlo agli antichi splendori, antecedenti gli anni ‘70: una sala da ballo dove si poteva fare anche teatro.

Io non so se l’attuale amministrazione possiede gli elementi che io qui ho riportato alla memoria dei Domesi. Neppure voglio speculare o lanciare anatemi, accuse.

Conviene però dire, per onestà di cronaca, che ai soldi della Fondazione Cariplo, altri enti guardavano con grande interesse.

La sede del Civico Museo Sempioniano, per esempio, la sede del Centro Servizi Volontariato, ora centro Solidarietà e Sussistenza per il Territorio, avevano bisogno del rifacimento della pavimentazione e di altri interventi.

Il Centro si trova nel vicolo Facini, all’interno di una vasta area privata definita da via Canuto e via Monte Grappa.

Ecco allora che anche qualcuno ritiene di poter accedere a quei fondi, con una finalità pur nobile, certo, ma con fini privati non pubblici.

È possibile che questa sovrapposizione di progetti ed interessi abbia inficiato la proposta della Farmacia comunale?

È possibile che l’assessore Franco Falciola sia stato influenzato, consapevolmente o meno, nella sua nuova proposta di rifacimento del Teatro Galletti?

Certo, sono domande senza risposta.

Ma una risposta è necessaria. Una risposta nuova, che ricominci daccapo. Daccapo, sì, perché daccapo si deve ricominciare. Si deve ricominciare con serietà, lasciando fuori gli interessi di "bottega", lasciando fuori chi l’ha rotta e tutte le dietrologie politiche che stanno uccidendo la nostra civiltà, il nostro animo. Basta. Basta a tutti quanti. Per cortesia, inventiamoci un nuovo modo di far amministrazione, rispettiamo la nostra gente, rispettiamo il nostro territorio, le sue prerogative, le sue tradizioni, il suo patrimonio.

Cattolici e laici, per cortesia, finiamo questa guerra fratricida, finiamo questo scempio economico, rimettiamoci a lavorare per il bene comune, con rigore, con munificenza, come fecero gli antichi benefattori, come fecero i resistenti, i padri della Repubblica.

Il dopoguerra, dopo uno splendente avvio, è divenuto uno stagno di odii, di accidia, di superbia, di orgogli, di furti, di tradimenti.

La gente è sfinita, la gente si ribellerà. Guai a chi toccheranno quelle furie, quelle vendette. Lo sappiamo dalla Resistenza e dalle sue ritorsioni, dalle rappresaglie, che pur ci furono.

Era bella Domodossola, i cavalli affidavano gli escrementi, in attesa, li affidavano al publico decoro, allora era così.

Tanta merda, tanta merda, è la città che lo chiede. Tanta merda per il teatro, per la nostra città.

 

 

 

 

 

ROCCO CENTO
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