Il difficile arriva adesso

Roma -

Matteo Renzi ha vinto le primarie del Pd. Un fatto importante, dentro una dinamica di selezione che almeno in Italia ha evitato di far fare alla sinistra quell'errore di illusione ottica che sta compiendo in Inghilterra e ha compiuto in Francia, dove l'esigenza di individuare candidati radicali ed espressione della base tradizionalista del partito ha portato alle vittorie di Corbyn e di Hamon, figure ampiamente minoritarie nelle opinioni pubbliche dei paesi di riferimento.
Renzi non sarà così, anzi delle tre candidature in campo la sua era la candidatura che aveva due caratteristiche decisive: quella piu aperta al futuro e alla rottura degli schemi tradizionali e quella in grado di esprimere una capacità di leadership in grado di parlare a tutto il paese e non solo a un pezzo. 
Renzi alla guida del partito, dunque, può essere il segretario della nuova stagione, a condizione che sappia capire -come lui stesso ha detto nelle ore seguenti alla vittoria- che il tempo che abbiamo davanti non è il secondo tempo di una partita, ma un tempo nuovo tutto da scrivere facendo anche leva sugli errori che si sono commessi.
Perché il difficile arriva adesso. Il sistema politico è imballato dalle  conseguenze del 4 dicembre,  e lo scenario che si è aperto è distante anni luce dalla prima elezione di Renzi nel 2013. Non tanto per la diminuzione dei votanti (un tema vero, ma che è stato enfatizzato da Orlando e Emiliano dentro una dimensione burocratica della politica fino a farlo diventare l'unico elemento di dialettica, fatti che ha fatto perdere di ulteriore mordente la competizione),quanto per le differenze tra questa stagione e quella dell'elezione del primo Renzi. Allora la stagione era ipermaggioritaria, oggi è proporzionale; allora aveva di fronte tutta la legislatura, mentre qui siamo in fisiologica dirittura d'arrivo; allora c'era in quadro politico certo (il Patto del Nazareno preceduto dalla stagione delle "grandi intese"),oggi ognuno recita a soggetto.
Cavarsela d'impaccio evocando le urne non serve. Piuttosto, per affrontare la difficile stagione, Renzi deve affrontare con decisione tre nodi.

1) Il Partito
Inutile girarci attorno: durante la stagione di Palazzo Chigi, complice l'esigenza di concentrare tutta la potenza di fuoco sul governo, il partito è stato marginalizzato. Eppure, occorre ripartire proprio da lì, perché una delle lezioni del 4 dicembre è  nessuno, nemmeno il leader più carismatico è capace, da solo può farcela a parlare e a rappresentare una società come quella contemporanea, slabbrata e gassosa. Serve un partito moderno, innovativo, aperto. Ma serve, anche per formare le nuove generazioni alla cultura politica ed evitare che essere crescano immaginando che il compito del quadro politico sia quello del retwettatore seriale o dello smanettone facebookiano. E serve quindi una classe dirigente alla guida del partito che sia autorevole, aperta e capace di aprire questa nuova fase, con un leader riconfermato e con la esigenza di ricostruire il partito in molti territori italiani.

2)La legge elettorale
Si illude chi pensa che, mantenendo la legge elettorale uscita dalla Consulta, sia possibile la governabilità. Con una Camera selezionata per lo più con liste bloccate, e il Senato figlio della corrida della preferenza unica su collegi di milioni di elettori, con soglie differenti e incentivo alle corse solitarie avremmo una situazione anche peggiore del 2013. E bisogna guardare  in faccia alla realtà: i voti per una legge maggioritaria non ci sono, in questo Parlamento. E allora? Mi pare abbia molta fondatezza la proposta avanzata da un bravo collega bresciano, l'on. Alfredo Bazoli. Se dobbiamo stare nella stagione del proporzionale, si inseriscano i correttivi che hanno consentito laddove esiste (vedi la Germania) di assicurare la governabilità e non premiare la rendita marginale dei partitini: soglia di sbarramento al 5% e sfiducia costruttiva. Sarebbe un modo per andare a stanare grillini e destra, e dare coerenza al sistema

3) L 'Europa
Il tempo che abbiamo davanti da qui alla fine della legislatura può essere utile se, in connessione con i fatti politici che sono avvenuti (mancato sfondamento dei populisti in Austria e Olanda) e quelli che speriamo avvengano in Francia e Germania, Renzi si metterà alla testa di una nuova idea di Europa. È il leader più giovane, più innovativo e più forte di un PSE agonizzante. Ha un'agenda riformista in grado di parlare all'opinione pubblica europea, nauseata dalla logica tecnocratica e minimalista di Bruxelles ma desiderosa di una Europa vera, fatta di tensioni ideali e di sfide vere e non di trattative sui decimali. Quel campo è il nostro campo, e il rinnovamento degli ideali europei e il loro inveramento è il vero antidoto al populismo.

Affrontati debitamente questi tre nodi, e trovato l'assetto giusto, insieme con una agenda di governo che Gentiloni sta conducendo con attenzione e giusta sobrietà, il Pd  sarà pronto alle elezioni.
Penso che Matteo Renzi avrà la capacità e l' intelligenza politica per cogliere questi nodi, e guidare il Pd dentro la nuova stagione per dare un futuro al Paese lontano da avventurismi e salti all'indietro. Anche per questo, sarò al suo fianco.

Enrico 

Enrico Borghi
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